L’antisemitismo nella Germania nazista e il destino degli ebrei

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Nel gennaio del 1933 il Partito nazionalsocialista di Adolf Hitler vince le elezioni in Germania e l'antisemitismo razzista diventa dottrina di Stato.
Non si tratta più dell'antigiudaismo teologico tradizionale, ma di una forma di odio contro gli ebrei formatasi durante l'Ottocento. È una reazione sia ai cambiamenti radicali della storia (le democrazie, i nazionalismi, l'industrializzazione, la liberalizzazione, ecc.) sia all'emancipazione ebraica, ottenuta nel 1871. Questa nuova forma di antisemitismo utilizza vecchi pregiudizi religiosi ed economici, collegandoli però a dei nuovi: all'"ebreo" vengono attribuiti tutti i "mali" della società, dal capitalismo al socialismo, dalla massoneria al bolscevismo, dall'arte moderna ai crimini sessuali. Ci si basa ormai sul concetto di "razza" e sul social-darwinismo biologico. Pseudo-intellettuali, come Houston Stewart Chamberlain, iniziano non solo a considerare gli ebrei una "razza", ma anche a definirli una "razza inferiore mista", in eterna lotta con quella "ariana", pura e portatrice di cultura. L'idea della disuguaglianza delle "razze umane" e della "congiura ebraica" contro la "razza ariana" penetra in pochi anni in larghi strati della popolazione. I nazisti trasformano le farneticazioni pseudoscientifiche in provvedimenti legislativi, soprattutto con la promulgazione delle "Leggi di Norimberga" nel 1935. Il 1938 vede poi una radicalizzazione del processo di persecuzione, in particolare con lo scatenamento di un pogrom "spontaneo" di massa (la cosiddetta "Notte dei cristalli"), tra il 9 e il 10 novembre. Subito dopo, ha inizio l'arianizzazione delle imprese ebraiche e si verifica una nuova ondata di fughe all'estero. Se fino alla seconda guerra mondiale l'emigrazione (forzata) degli ebrei è vista dai nazisti come la soluzione più efficace per risolvere la cosiddetta Judenfrage (questione ebraica) l'occupazione della Polonia provocherà un cambiamento radicale di questa politica.