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Nell'Europa occidentale e nei territori che affacciano sul Mediterraneo esistono ghetti, intesi come zone di residenza coatta in cui si realizza una concentrazione ed emarginazione degli ebrei di alcune città, a partire dagli ultimi secoli del Medioevo e fino alla seconda metà del XIX secolo. L'etimologia tradizionale fa risalire il termine "ghetto" (getus, dal latino iactus) a un'espressione in uso a Venezia, dove, nel XVI secolo, le abitazioni degli ebrei vengono confinate nei pressi di una vecchia fonderia: "geto" in veneziano, pronunciato "gheto" dai locali ebrei aschenaziti, inteso come "getto", gettata di metallo fuso; parola assonante all'ebraico "get", "separazione".
Il primo vero e proprio ghetto, inteso come quartiere chiuso i cui abitanti sono sottoposti a limitazioni di mobilità, viene istituito nel 1516 proprio a Venezia. Nel 1555 il papa Paolo IV Carafa emana la bolla "Cum nimis absurdum" a seguito della quale viene istituito il ghetto a Roma e determinate aree di residenza coatta per gli ebrei, come strumento di emarginazione sistematica e permanente. In tutti gli Stati della penisola che riconoscono l'autorità e il magistero della Chiesa si procede alla creazione di ghetti, che attuano le disposizioni della bolla papale e in cui la severità della segregazione varia a seconda del luogo e del periodo. Con la Rivoluzione francese ha inizio per gli ebrei il periodo dell'emancipazione, conseguentemente i ghetti vengono via via aboliti. A Roma, tuttavia, questo avverrà solo dopo il 1870, con la breccia di Porta Pia e la fine del potere temporale dei papi.
I ghetti dell'Età moderna sono sostanzialmente diversi da quelli che saranno istituiti dai nazisti nell'Europa centro orientale tra il 1939 e il 1944: per la Chiesa il fine della segregazione è principalmente l'assimilazione culturale attraverso la conversione al cristianesimo, mentre per i nazisti la separazione sarà totale e definitiva.