1. La Storia
  2. Immagini e documenti
  3. Testimonianze

Gli ebrei rappresentano un facile bersaglio, soprattutto per i comandi mobili delle SS e della Polizia (Einsatzgruppen) che seguono la Wehrmacht nella conquista dei territori polacchi. In migliaia vengono fucilati o bruciati con i lanciafiamme all'interno di sinagoghe. SS e Polizia, ma anche gli stessi soldati della Wehrmacht, si divertono nell'umiliare gli ebrei: persone innocenti vengono sottoposte a riti brutali, quali il taglio o la bruciatura di barba e pejes (boccoli, riccioli), sono costrette a fare lo "sport", ovvero umilianti esercizi fisici, o anche obbligate a svolgere lavori inutili.
La violenza continua anche dopo l'attivazione dei ghetti. Soldati, poliziotti e appartenenti alle SS sanno di poter agire in modo brutale nella totale impunità: conseguentemente, non smettono di maltrattare, violentare e uccidere ebrei, anche per noia o per piacere.
Le fucilazioni e le impiccagioni di singoli e di piccoli gruppi non sono soltanto azioni arbitrarie, ma anche uno strumento di oppressione mirato e punitivo: vengono uccisi prevalentemente ebrei appartenenti all'intellighenzia ebraica e civile, soprattutto se non accettano di collaborare con i tedeschi – un ricatto efficace per chiedere l'obbedienza assoluta dei dirigenti delle Comunità.
Nel distretto della Galizia e nella zona di Białystok vengono uccisi ebrei accusati di "collaborazionismo" con l'Unione Sovietica. Bersaglio comune sono anche coloro che prima della guerra militano in movimenti di sinistra. Nell'aprile del 1942, ad esempio, ha luogo un'azione contro alcuni ebrei comunisti. Oltre alla violenza da parte delle forze di occupazione, la popolazione ebraica si trova a subire anche quella di una considerevole percentuale di polacchi non ebrei.

Legenda: Testimonianze dei persecutori

I tedeschi ci facevano soffrire, ma i loro insulti non arrivavano mai a offenderci. Potevano annullarci ma non asservirci. È per questa ragione che nessun ebreo si vergogna a raccontare ciò che ha subito per mano dei carnefici nazisti. Egli non considera queste sevizie come inflitte da un uomo ad un altro uomo, ma piuttosto come morsi di cani rabbiosi o guasti provocati da un fulmine.
[...]
A partire dal 12 novembre 1939, quando fu obbligatorio portare il bracciale ebreo, ogni uscita di casa era una tortura. Sulla strada si dava la caccia agli ebrei, per sottoporli a lavori il più delle volte assurdi e umilianti. La cattiveria e spesso l'ostilità della popolazione polacca, non facevano che aumentare la nostra amarezza. Il desiderio di nasconderci in qualunque posto, per non essere visti e non vedere nessuno, ci dava spesso l'illusione che il ghetto ci avrebbe difeso dall'odio della gente.12

Michel Mazor nasce a Kiev da famiglia ebraica. Diventa avvocato e si stabilisce a Varsavia. Rinchiuso nel ghetto, viene catturato durante la grande "Azione" e destinato al campo di Treblinka, nel settembre del 1942. Mazor riesce a fuggire dal carro bestiame durante il viaggio e sopravvive sotto falso nome alla guerra. Dopo questa si trasferisce a Parigi, dove scrive le sue memorie.

12 M. Mazor, La città scomparsa, Marsilio, Venezia 1992, pp. 37-39, 97.
E perché negarlo? Siamo deboli. In casi come questi non abbiamo altra scelta che la fuga. E vederci fuggire aumenta il coraggio di quelli che ci inseguono. C'è qualcosa di spaventoso in questi attentati, perpetrati in pieno giorno con il beneplacito delle autorità che si mantengono a distanza e ridono dei nostri tormenti.

28 marzo 1940
I vincitori hanno intrapreso un nuovo tipo di operazione politica. Bande di giovani polacchi armate di bastoni, randelli e di ogni tipo di arma di questo genere fanno pogrom contro gli ebrei. Entrano nei negozi spaccando tutto e riempiendosi le tasche delle merci che trovano. Quando non c'è niente da rubare mandano in frantumi le vetrine. Malmenano e feriscono gli ebrei che incontrano sul proprio cammino. Il quartiere ebraico è dunque abbandonato a questi malfattori e a questi assassini.13

Chaim Aaron Kaplan nasce nel 1880 da una famiglia di ebrei russi nel villaggio di Horodyszcze, nei pressi di Baranovichi (nell'attuale Bielorussia). Riceve un'istruzione talmudica nella yeshiva di Mir e studia successivamente pedagogia a Vilna. Nel 1902 si stabilisce a Varsavia, dove fonda una scuola elementare ebraica. Pubblica alcuni libri. Nel 1941 decide di restare nella Varsavia occupata dai nazisti, nonostante la possibilità di ottenere un visto per l'Unione Sovietica. Viene arrestato insieme a sua moglie nella retata del 4 agosto 1942, per essere deportato a Treblinka dove morirà.
Il suo diario, pubblicato in questa edizione per il periodo compreso tra il 1 settembre 1939 e la sera del suo arresto, è una significativa testimonianza sulle condizioni di vita nella città occupata e, in particolare, nel ghetto.

13 C. A. Kaplan, Chronique d'une agonie. Journal du ghetto de Varsovie, Calmann-Lévy, Parigi 2009, pp. 175-177.
Il grido dirompe da tutte le celle dove sono rinchiusi i condannati per lo stesso delitto. Ve ne sono settecento. Nel pomeriggio, il commissario tedesco del ghetto, il dottor Auerswald, annuncia a tutta la popolazione ebraica, con degli avvisi speciali, che il verdetto è stato eseguito.
Gli avvenimenti precipitano ad un ritmo vertiginoso. Le strade del ghetto si trasformano in sanguinose macellerie. Senza tregua, senza la minima ragione, i tedeschi sparano sui passanti. Le persone temono di uscire di casa, ma le pallottole entrano nelle case dalle finestre. Certi giorni, da dieci a quindici sono le vittime accidentali di questo terrore scatenato. Uno dei sadici più noti è Frankenstein. Ha sulla coscienza trecento assassinati in un mese, di cui più della metà sono bambini.14

Marek Edelman nasce da una famiglia ebraica nel 1922 a Varsavia. Sin da giovane aderisce al Bund (movimento operaio ebraico). È tra i promotori e organizzatori della rivolta del ghetto di Varsavia ed è l'unico comandante che sopravvive alla guerra. Riporta la sua testimonianza intervistato dalla giornalista Hanna Krall.

14 M. Edelman, H. Krall, Il ghetto di Varsavia, Città Nuova, Roma 1985, pp. 42-43.
Quando mi sono trovato nell'ufficio del battaglione, l'ufficiale al comando mi si è gettato addosso e mi ha picchiato in testa così a lungo da farmi cadere. Allora i soldati si sono messi a prendermi a calci con gli stivali e mi hanno davvero conciato per le feste. Quando sono riuscito al alzarmi mi si sono gettati contro e mi hanno buttato giù dalle scale. Sul secondo pianerottolo mi hanno picchiato di nuovo. Alla fine mi hanno trascinato in un camion, subito dopo mi hanno ordinato di scendere e di salire su un altro. Insieme a Signer, Zylbersztajn e Popower mi hanno portato in viale Szuch, al Pawiak, all'Università, di nuovo in viale Szuch e di nuovo al Pawiak dove ci hanno rinchiusi tutti. Mi hanno messo in una cella nei sotterranei. Oltre a me cinque compagni. La cella misura tre passi di larghezza. Uno dei prigionieri sul letto, gli altri per terra su pagliericci sottili.
Dopo una notte insonne alle 6 l'appello – Alzarsi, fare ordine! Poi ci hanno dato il caffè (una grande ciotola ognuno), nota bene salato, e ¼ di pane. Quindi doccia e disinfezione. Mi sono dovuto vestire ancora bagnato perché erano venuti dalla Gestapo a prendere me e i miei compagni. Meisinger mi ha ricevuto alle 4,30. Ci accusa di esserci espressi in modo non pertinente nei confronti delle SS, ecc. Infine ha rilasciato tutti.

5 ottobre 1941

Wajsmehl Moszek, un ragazzo di 15 anni, sostituiva suo padre, fattorino. Gli hanno sparato in via Elektoralna. Nonostante che gli fuoriuscissero gli intestini e avesse la spina dorsale colpita, si è trascinato fino a via Elektoralna 1 e, al I piano, ha suonato alla porta di amici, chiedendo loro di consegnare il pacco ad un poliziotto.15

Adam Czerniaków (1880-1942) chimico e ingegnere, senatore, rappresentante dell'Unione ebraica artigiani di Varsavia, poliglotta, poeta, amante dell'arte, della musica, della letteratura. Diviene nel 1939 presidente del Consiglio ebraico di Varsavia. Si suicida il giorno dopo l'inizio della liquidazione del ghetto di Varsavia, il 23 luglio 1942, ingerendo una pillola di cianuro.

15 A. Czerniaków, Diario 1939-1942. Il dramma del ghetto di Varsavia, Città Nuova, Roma 1989, pp. 180-181, 255.
10 gennaio 1941
L'altra notte abbiamo vissuto alcune ore di terrore mortale. Alle 11 p.m. circa un gruppo di gendarmi nazisti ha fatto irruzione nella stanza dove il comitato interno della nostra casa era riunito. I nazisti hanno perquisito gli uomini, derubandoli di tutto il denaro che avevano addosso, e sperando di trovare nascosti chissà dove dei diamanti, hanno ordinato alle donne di spogliarsi. La nostra subinquilina, la signora R., che si trovava lì per caso, ha coraggiosamente protestato, dichiarando che non si sarebbe svestita in presenza degli uomini. Ma ha ricevuto uno schiaffo sonoro ed è stata frugata più malvagiamente delle altre. Le donne sono rimaste nude per più di due ore mentre i nazisti appuntavano loro le rivoltelle sul petto e su altre parti intime minacciando di sgozzarle tutte se non avessero sputato i diamanti o i dollari.

27 febbraio 1942
Le sparatorie sono ora molto frequenti alle uscite del ghetto. Le guardie naziste si annoiano e vogliono distrarsi. Ogni giorno, mattina e pomeriggio, quando esco per andare a scuola, mi domando se tornerò a casa viva. Mi tocca passare davanti a due dei posti di guardia tedeschi più pericolosi: all'angolo della Żelazna e della Chłodna, presso il ponte, e all'angolo delle Krochmalna e Grzybowska. Qui trovo generalmente una sentinella soprannominata Frankenstein per la sua crudeltà. Questo soldato è un sadista: non può addormentarsi in pace, pare, se non ha fatto qualche vittima. È piccolo e tozzo, con una faccia sinistra, sghignazzante, una vera scimmia. Quando lo vedo da lontano rabbrividisco. Stamattina, mentre andavo a scuola, ho intravisto, avvicinandomi all'angolo della Krochmalna e Grzybowska, la sua figura familiare occupata a torturare un povero trainatore di ricciò colpevole di aver spinto il suo carrettino un centimetro più vicino al cancello di quanto non consentano i regolamenti. Il disgraziato giaceva sul marciapiede in una pozza di sangue. Un liquido giallastro gli colava dalla bocca. Una nuova vittima del sadismo tedesco! Il sangue era così orribilmente rosso che la sua vista mi ha completamente sconvolta.

28 aprile 1942
Ieri sono andata a trovare Eva Pikman. Zycho Rozensztajn, il figlio del padrone di casa di Eva, che si trovava lì e che è poliziotto, ci ha raccontato delle storie macabre. È stato costretto, pare, per diverse notti di seguito, ad assistere continuamente a fucilazioni perché i tedeschi esigono che i poliziotti ebrei li aiutino a commettere i loro delitti. Generalmente una pattuglia di due o tre ufficiali tedeschi arriva al quartier generale della polizia ebraica con una lista di nomi ed esige che un ufficiale, o un agente ordinario della nostra polizia, venga aggiunto ai loro ranghi. Ordinano poi agli agenti ebrei di guidarli agli indirizzi indicati. La notte scorsa altre sessanta persone sono state giustiziate: membri della resistenza segreta, in gran parte persone agiate che finanziavano i bollettini clandestini. Sono stati uccisi anche molti tipografi sospettati di stampare giornali segreti. Stamattina le strade erano nuovamente piene di cadaveri. Una delle vittime è stata il ricco fornaio Blayman, il principale sostenitore di un foglio segreto. Erano stati condannati a morte anche i suoi fratelli, ma sono riusciti a fuggire ed ora sono ben nascosti.

3 giugno 1942
Centodieci persone sono state fucilate nella Gęsia, fra cui dieci poliziotti. I tedeschi credono di spaventare così i contrabbandieri, ma solo poche delle vittime erano contrabbandieri, gli altri sono stati arrestati per aver passato il muro o per morosità delle tasse o per aver mendicato nelle strade. Ogni sforzo per salvarli è stato inutile. I nazisti hanno affisso enormi cartelloni rossi con i nomi delle loro vittime più recenti.
L'esecuzione si è svolta alle sei del mattino, nel cortile della prigione. La polizia polacca, che aveva ricevuto l'ordine di fornire il plotone si è rifiutata. I polacchi sono stati tuttavia costretti ad assistere alla fucilazione, alla quale erano presenti anche Szeryński, il capo della polizia ebraica, alcuni capitani di polizia ebrei e gli altri funzionari della comunità col presidente Czerniaków. Uno dei testimoni oculari mi ha detto che diversi poliziotti polacchi piangevano e che alcuni hanno distolto gli occhi mentre i fucili venivano scaricati. Uno dei funzionari della nostra comunità è svenuto, i poliziotti ebrei erano affranti. Le vittime sono andate alla morte con calma perfetta; alcuni hanno rifiutato perfino di farsi bendare. Tra le vittime c'erano diverse donne, due delle quali incinte.16

Mary Berg (il cui vero nome è Miriam Wattemberg) nasce a Łódź, nel 1924. In seguito all'occupazione nazista, si stabilisce con la famiglia a Varsavia, dove viene rinchiusa nel ghetto. Grazie alla madre, in possesso di passaporto statunitense, il 17 luglio 1942 i Wattemberg vengono rinchiusi nella prigione Pawiak e successivamente imbarcati per New York nel 1944. Il suo diario iniziato il 10 ottobre 1939 e termina al momento della traversata atlantica. Verrà pubblicato per la prima volta negli Usa a guerra non ancora finita.

16 M. Berg, Il ghetto di Varsavia, De Carlo, Roma 1946, pp. 57-58, 177, 188-189, 203.
Sulla città, come in ubbidienza a un cenno dall'alto, si è abbattuta un'ondata di malvagità.
[...]
Un ebreo d'una piccola cittadina, un uomo d'animo semplice, che ha patito persecuzioni spaventose, ha detto che in Germania devono esserci scuole di tortura; altrimenti non si capisce dove molti abbiano imparato certe nuove tecniche di supplizio.17

Emmanuel Ringelblum nasce a Buczacz, in Galizia, nel 1900, e consegue il dottorato di ricerca in storia all'Università di Varsavia nel 1927. Durante l'occupazione nazista della città Ringelblum si attiva all'interno del movimento clandestino e si occupa della creazione di un archivio di documenti e testimonianze sulla persecuzione degli ebrei in Polonia. Fugge dal ghetto nel marzo 1943, ma catturato, viene internato nel campo di Trawniki da cui riesce a fuggire. Viene quindi arrestato nuovamente nel marzo 1944 e fucilato con la moglie e il figlio. Gli archivi degli Oyneg Shabes (nome del gruppo di intellettuali gravitanti attorno a Ringelblum), nascosti sotto le rovine del ghetto, sono stati rinvenuti tra il settembre 1946 e il dicembre 1950, e con essi i suoi Appunti dal ghetto di Varsavia.

17 E. Ringelblum, Sepolti a Varsavia: appunti dal ghetto, Il Saggiatore, Milano 1965, pp. 135, 108.
Ci imposero poi di cantare. Cantammo una popolare marcetta polacca, ma i nostri sorveglianti pretesero un canto yiddish. Infine, ci ordinarono – e l'idea parve loro particolarmente geniale – di strillare in coro: "siamo dei porci ebrei. Siamo degli sporchi ebrei. Siamo degli esseri inferiori" – il via di seguito su questo tono. Un ebreo già anziano finse di essere sordo. O ad ogni modo non strillava con noi – forse perché era troppo debole o forse perché aveva il coraggio di protestare contro quell'umiliazione. Un soldato gridò: "Corri!", il vecchio fece alcuni passi di corsa, il soldato sparò nella sua direzione, l'ebreo cadde e rimase immobile sulla strada.18

Marcel Reich-Ranicki nasce in Polonia nel 1920 e si trasferisce a nove anni a Berlino. Una volta cresciuto, vede vincere il nazismo e nel 1940 viene rinchiuso nel ghetto di Varsavia. Sopravvive insieme alla moglie, nascondendosi. Nel 1958 torna in Germania. Oggi svolge un'attività di critico letterario militante.

18 M. Reich-Ranicki, La mia vita, Sellerio, Palermo 2003, p. 162.
È venuto da noi un contadino di Krajno e ha detto che hanno ammazzato per strada la figlia del nostro ex vicino, perché era fuori dopo le sette. Non ci credo ancora, ma tutto può essere possibile. Una ragazza che era un fiore, se ha potuto essere ammazzata così, allora ormai verrà la fine del mondo. Che non ci possa essere un giorno tranquillo. I nervi sono già completamente a pezzi, quando sento di qualche nuova disgrazia mi escono gli occhi fuori dalla testa, la testa comincia a farmi male, e mi sento tutt'a un tratto stanco, come dopo il più duro lavoro.

1 giugno 1942
Questa mattina due ebree erano andate in un villaggio, erano madre e figlia. Per sfortuna dei tedeschi venivano da Rudki a Bodzentyn per le patate, e hanno incontrato queste due donne ebree. Quando loro hanno visto i tedeschi hanno cominciato a scappare, ma quelli le hanno raggiunte e acchiappate. Le volevano fucilare subito nel villaggio, ma il sindaco non l'ha permesso, allora le hanno portate al bosco e lì le hanno fucilate. La polizia ebraica è andata subito col carro per seppellirle nel cimitero. Quando sono tornati, il carro era tutto sporco di sangue. Chi...(il diario si sospende proprio a questo punto)19

Dawid Rubinowicz è un bambino di 12 anni quando inizia a scrivere il suo diario, nel quale riporta le vicende del suo villaggio, Krajno, nei pressi di Kielce, e della sua comunità ebraica. Le vicende narrate riguardano gli anni 1940-1942. Morirà a Treblinka.

19 D. Rubinowicz, Il diario di Dawid Rubinowicz, Einaudi, Torino 2000, pp. 53, 79.