1. La Storia
  2. Immagini e documenti
  3. Testimonianze

Nonostante i limitati spazi d'azione, gli ebrei cercano di condurre una vita il più possibile "normale". I bambini seguitano a giocare per strada, dove si spostano molte attività. Le amicizie continuano: si cerca di stare insieme per darsi coraggio e forza. Molte coppie si sposano, mentre chi ha ancora la forza e i mezzi cerca di vestirsi bene e di tagliarsi barba e capelli. Ci si procura in tutti i modi oggetti necessari, di uso comune, attraverso vendite e scambi nei mercati.
Nonostante il divieto di introdurre giornali nel ghetto, gli ebrei dedicano le loro energie sia nel far entrare clandestinamente la stampa, sia nel pubblicare essi stessi giornali. Solo a Varsavia appaiono 250 periodici, come la Gazeta Żydowska. Molti passano il tempo libero a leggere, altri sentono la necessità di descrivere quello che sta succedendo in versi, diari e lettere: in numerosi ghetti è, infatti, attivo un servizio di posta. Fotografi documentano la vita dietro le recinzioni. Opere che lasciano il segno sono le relazioni stilate segretamente sulla vita nel ghetto: a Varsavia opera l'Oyneg Shabes (anche Oneg Shabbat), un gruppo diretto dello storico Emmanuel Ringelblum, che crea un archivio di giornali, rapporti, lettere, disegni e altro materiale, al fine di documentare la persecuzione degli ebrei.
Nel ghetto si sviluppano anche attività politiche, quasi sempre illegali. Si organizzano infatti partiti clandestini come il Bund (socialista, laico e antisionista). Di notevole importanza si rivela l'attivismo delle associazioni giovanili, prima fra tutte l'Hashomer Hatzair (sinistra sionista).
In linea generale, fino al periodo delle deportazioni e dello sterminio, le attività clandestine non puntano alla resistenza armata, perché i costi in vite umane sarebbero troppo alti considerando la minaccia di rappresaglie collettive inflitte dai tedeschi. Si mira soprattutto all'organizzazione del contrabbando, teso a far entrare in ghetto ulteriore cibo e oggetti di uso comune.

Legenda: Testimonianze dei persecutori

Dawid Rubinowicz è un bambino di 12 anni quando inizia a scrivere il suo diario, nel quale riporta le vicende del suo villaggio, Krajno, nei pressi di Kielce, e della sua comunità ebraica. Le vicende narrate riguardano gli anni 1940-1942. Morirà a Treblinka.

42 D. Rubinowicz, Il diario di Dawid Rubinowicz, Einaudi, Torino 2000, p. 8.
La maggioranza di loro non sapeva niente fino al momento della morte.
[...]
La mentalità del ghetto era caratterizzata da una finalità ben determinata, resistere contro tutto e tutti, malgrado tutti gli orrori e tutte le sofferenze; resistere fino all'alba della liberazione sulla terra. La fede nella vittoria finale e nella disfatta del nazismo hitleriano non si spegneva mai nei cuori delle masse del ghetto, anche contro ogni evidenza. Anche nei momenti più atroci, ogni voce favorevole, spesso solo immaginata, era sufficiente a produrre un vago ottimismo che, sullo sfondo della disperazione e di sofferenze senza nome, faceva nascere un barlume di speranza in tutto il ghetto.
È molto interessante notare che non ci furono quasi mai suicidi nel ghetto, almeno all'epoca presa in esame. I tedeschi disprezzavano in particolar modo gli ebrei dell'Est. Quelli della Germania, i loro ebrei, ricorrevano frequentemente al suicidio in condizioni molto meno atroci. 43

Michel Mazor nasce a Kiev da famiglia ebraica. Diventa avvocato e si stabilisce a Varsavia. Rinchiuso nel ghetto, viene catturato durante la grande "Azione" e destinato al campo di Treblinka, nel settembre del 1942. Mazor riesce a fuggire dal carro bestiame durante il viaggio e sopravvive sotto falso nome alla guerra. Dopo questa si trasferisce a Parigi, dove scrive le sue memorie.

43 M. Mazor, La città scomparsa, Marsilio, Venezia 1992, pp. 27, 35.
[...]
Nel Piccolo Ghetto, nella Ogrodowa, è stato inaugurato un caffè con giardino detto "Bajka" (La Fiaba). I tavolini sono disposti all'aperto. Nel cosiddetto giardino c'è un po' di erba e due alberi. Questo caffè occupa l'area di una casa interamente distrutta dalle bombe. Su un lato, un muro con aperture carbonizzate di finestre forma uno sfondo pittoresco. Lì accanto c'è una "spiaggia", ossia un pezzo di terreno su cui sono state collocate alcune sedie a sdraio. Per due złoty ci si può arrostire qui al sole tutto il giorno. I costumi da bagno sono obbligatori, senza dubbio per creare un'atmosfera di autentica spiaggia.

28 settembre 1941
I visitatori escono dalla mostra pieni di impressioni varie e perfino nelle strade continuano a discutere a lungo i quadri e i progetti. Tutti rifiutano assolutamente di credere che simili lavori siano stati eseguiti entro le mura del ghetto, specie nelle presenti di continue cacce all'uomo, di fame, di epidemie e di terrore. Eppure è vero! La nostra gioventù ha dato prove tangibili della sua forza spirituale, di capacità di resistenza, di coraggio e di fede in un mondo nuovo e giusto.

29 ottobre 1941
S'incontrano molte coppie simili, nel ghetto: ragazze giovanissime e uomini maturi. È difficile vedere un uomo o una donna soli. L'attrazione fra i due sessi e più forte che in tempi normali: è una sete di protezione e tenerezza. Un amico intimo aiuta a vincere l'avvilimento; nessuno vuole essere solo. Eppure, la moralità nel ghetto è rigida come prima della guerra.

7 maggio 1942
Comincia a fare caldo e spesso, invece di andare a scuola, prendo una coperta e un cuscino e me ne vado sul nostro tetto ad abbronzarmi. Quest'abitudine si è diffusa nel ghetto, dove quasi tutte le case provviste di terrazze si sono trasformate in spiagge.
Al N.20 della Chłodna si paga uno złoty e cinque groszy per salire sulla terrazza che è fornita di sedie a sdraio e dove si possono ottenere bibite fredde e godere un vasto panorama di Varsavia.44

Mary Berg (il cui vero nome è Miriam Wattemberg) nasce a Łódź, nel 1924. In seguito all'occupazione nazista, si stabilisce con la famiglia a Varsavia, dove viene rinchiusa nel ghetto. Grazie alla madre, in possesso di passaporto statunitense, il 17 luglio 1942 i Wattemberg vengono rinchiusi nella prigione Pawiak e successivamente imbarcati per New York nel 1944. Il suo diario iniziato il 10 ottobre 1939 e termina al momento della traversata atlantica. Verrà pubblicato per la prima volta negli Usa a guerra non ancora finita.

44 M. Berg, Il ghetto di Varsavia, De Carlo, Roma 1946, pp. 75-76, 134, 144, 194.
Appare chiaro come questi giovani siano predisposti a far loro certi slogan, quali carpe diem; la mancanza di ogni controllo e di ogni sostegno li ha portati a una completa perdita di moralità, all'amore per il gioco, al vizio del fumo, a frequentare bar malfamati e agli eccessi sessuali.45

45 P. Malvezzi, Le voci del ghetto. Varsavia 1941/1942, Laterza, Bari 1970, pp. 132-133.
Tzvì Liverant, testimone delle distruzioni perpetrate ad opera dei nazisti, racconta nella sua intervista a Yad Vashem il contributo dei bambini alla sopravvivenza degli ebrei nel ghetto di Siedlce.

46 Testimonianza di Tzvì Liverant di Siedlce resa a Yad Vashem, 1996.
Si è impegnato a passarlo lo stesso giorno a una terza persona, di cui rifiuta di rivelare il nome. I fogli clandestini passano così di casa in casa.[...]
Una perquisizione è stata fatta pochi giorni fa nella Sienna, all'angolo della Sosnowa. I nazisti erano venuti, pretendevano, a requisire il mobilio di un inquilino ebreo; durante quest'operazione hanno scoperto una stazione radio. Più tardi gli abitanti dell'isolato ci hanno detto che per tutto il giorno precedente un'automobile nazista era andata avanti e indietro nella strada finché non si era fermata davanti alla casa d'angolo vomitando gli agenti della Gestapo incaricati delle ricerche. L'automobile apparteneva in realtà alla divisione radio della Gestapo ed era provvista di un congegno speciale per identificare le radio segrete.
Tutti gli abitanti maschi della casa dov'è stato trovato l'apparecchio sono stati portati in prigione e molti di essi fucilati sul posto. Ma le stazioni radio segrete non sono sparite; i bollettini sotterranei continuano ad uscire e le minacce e le torture naziste non spaventano nessuno.

12 giugno 1941
Non tutti i bambini chiedono l'elemosina, è vero; molti si guadagnano la vita, spesso più facilmente degli adulti. Bande di bambini dai cinque ai dieci anni sono state organizzate. I più piccoli e patiti si avvolgono intorno al corpo sacchi di juta e scivolano nella parte "ariana" del quartiere attraverso le strade cinte solo dai reticolati. I bambini più grandi allargano i fili e vi spingono dentro i più piccoli; gli altri fanno la guardia, se si vedono poliziotti nazisti o polacchi.
Poche ore dopo i bambini ritornano carichi di patate e farina. Le loro spedizioni hanno generalmente per meta i sobborghi, dove i viveri costano meno che al centro della città. Spesso impietositi dal loro aspetto spaventoso, i contadini buttano patate ai bambini. Oltre ai sacchi di patate. Essi ottengono talvolta pagnotte di pane nero rustico. Quando riattraversano i reticolati per tornare nel ghetto, un sorriso felice distende le loro facce verdastre. Dall'altra parte dei reticolati i loro soci anziani li spiano. I bambini aspettano a volte per ore che le guardie naziste finiscano di esaminare il passaporto di un cittadino straniero o di un polacco "ariano" che desidera visitare il ghetto. Intanto fanno "passare" con calma la loro merce. La sentinella tedesca a volte non li nota, a volte finge di non vederli. Quest'ultimo caso è raro, ma esistono tedeschi, specie tra i più anziani, che hanno anch'essi a casa bambini e provano una scintilla di pietà per quei monelli ebrei, simili a scheletri ambulanti coperti di una pelle vellutata, gialla. Ma la maggior parte delle sentinelle tedesche sparano con perfetto sangue freddo contro i ragazzi, se li vedono, e i poliziotti ebrei sono costretti in questo caso a raccogliere le vittime insanguinate, cadute come passeri feriti, e a buttarle sui cosiddetti ricciò.

20 febbraio 1942
Nel ghetto esistono anche piccole fabbriche di conserve di pesce, che adoperano specialmente quei pesciolini detti "puzzolenti". Pochi giorni fa i contrabbandieri sono riusciti a introdurre nel ghetto un gran carico di sardelle secche. Macinate, queste sardelle hanno un buon sapore di aringa, pesce attualmente introvabile in Polonia. Ne sono state fatte diverse paste, da usarsi sul pane al posto dei grassi.
Alcuni di questi laboratori segreti fabbricano salsicce di cavallo, e veri, grassi, salami. Ma sono prodotti costosi, che solo pochi possono permettersi.
Diverse botteghe confezionano dolci. I chimici ebrei del ghetto hanno inventato nuovi surrogati dello zucchero e sciroppi artificiali che danno a questi dolci uno strano sapore. Nel ghetto non ci sono laboratori veri e propri e i chimici compiono tutti questi miracoli in buche e cantine nere.
Esistono anche concerie segrete, perché la lavorazione del cuoio è severamente proibita dai nazisti. Il cuoio è razionato, e la quantità di pelli grezze assegnata al ghetto è così piccola che non basterebbe a coprire nemmeno una frazione dei nostri bisogni.
Abbiamo anche molte tintorie. La scarsità di materie prime ci obbliga a far pulire e tingere continuamente gli abiti vecchi. Anche in questo campo i nostri chimici producono miracoli. Si dice che le nostre tinture siano fatte con i mattoni del ghetto. I saputi affermano che gradualmente tutte le mura saranno smantellate dai chimici. I sarti sono affaccendatissimi a rimodernare le stoffe tinte.
In questo modo siamo indipendenti, per così dire, dal mondo esterno. Non solo non riceviamo più dall'esterno un numero di articoli che non erano mai fabbricati prima del ghetto, ma "esportiamo" perfino alcuni prodotti, come sigarette, saccarina, vino e liquori, scarpe, orologi, e perfino gioielli. Ufficialmente gli operai del ghetto dovrebbero lavorare per l'amministrazione tedesca che fornisce loro le materie prime. Ma in realtà i funzionari tedeschi sostengono la parte di intermediari ben retribuiti tra il ghetto e i commercianti della "parte ariana".47

Mary Berg (il cui vero nome è Miriam Wattemberg) nasce a Łódź, nel 1924. In seguito all'occupazione nazista, si stabilisce con la famiglia a Varsavia, dove viene rinchiusa nel ghetto. Grazie alla madre, in possesso di passaporto statunitense, il 17 luglio 1942 i Wattemberg vengono rinchiusi nella prigione Pawiak e successivamente imbarcati per New York nel 1944. Il suo diario iniziato il 10 ottobre 1939 e termina al momento della traversata atlantica. Verrà pubblicato per la prima volta negli Usa a guerra non ancora finita.

47 M. Berg, Il ghetto di Varsavia, De Carlo, Roma 1946, pp. 85-87, 93, 172-174.
Con il ricavato compravano generi alimentari che la sera, quando le colonne di ebrei rientravano, introducevano di nascosto nel ghetto. Non era possibile prevedere ciò che sarebbe accaduto all'entrata del ghetto, le guardie tedesche agivano in modo completamente arbitrario: a volte a chi varcava la soglia del ghetto portavano via con la violenza tutto ciò che questi aveva con sé, lardo, salsicce o anche semplicemente patate. Durante quei controlli non era raro che si sparasse, e le vittime non scarseggiavano. Ma c'erano anche guardie che si comportavano altrimenti: a queste era del tutto indifferente ciò che quei poveracci, quegli ebrei improvvisatisi contrabbandieri, cercavano di introdurre nel ghetto. Una parte ben più importante la ebbero invece i contrabbandieri di professione: ebrei di origine proletaria, solitamente uomini ben piantati, che prima della guerra si erano guadagnati da vivere per lo più come scaricatori o come manodopera nell'industria. Erano uomini che mettevano in conto il rischio ed evidentemente non avevano paura di morire. Erano in combutta con i soci d'affari polacchi di analoga provenienza e con sentinelle tedesche alle entrate del ghetto. Così ogni notte arrivavano grandi quantitativi di derrate alimentari: centinaia di sacchi di farina, di riso, di piselli, di fagioli, di lardo, di zucchero, di patate e di verdura. I contrabbandieri in certi punti lanciavano in fretta i sacchi al di sopra del muro o li facevano arrivare dall'altra parte attraverso dei fori nel muro che subito dopo venivano provvisoriamente richiusi. Talvolta la consegna avveniva con dei carri a cavalli o con autocarri che senza problemi passavano per le entrate ufficiali del ghetto – d'intesa con le guardie tedesche (ovviamente corrotte). Chi partecipava a quel contrabbando guadagnava molto. I generi alimentari nel ghetto costavano infatti per lo meno il doppio che negli latri quartieri di Varsavia. Gli spericolati contrabbandieri ebrei se la potevano dunque spassare ed erano tra la clientela dei rari e carissimi ristoranti del ghetto. Correvano però un grosso rischio: prima o poi i loro soci d'affari tedeschi si rendevano conto che non era consigliabile avere complici ebrei. Era molto meglio liberarsi rapidamente dell'uno o dell'altro, per esempio con un colpo di pistola.48

Marcel Reich-Ranicki nasce in Polonia nel 1920 e si trasferisce a nove anni a Berlino. Una volta cresciuto, vede vincere il nazismo e nel 1940 viene rinchiuso nel ghetto di Varsavia. Sopravvive insieme alla moglie, nascondendosi. Nel 1958 torna in Germania. Oggi svolge un'attività di critico letterario militante.

48 M. Reich-Ranicki, La mia vita, Sellerio, Palermo 2003, pp. 182-183.
Dopo un po' il camion svuotato della sua merce faceva ritorno, ed i soldati si dividevano tra loro la somma avuta per questo. Questa operazione si chiamava "il carretto cammina". Poteva succedere anche che un soldato che poco prima si era mostrato d'accordo, quando poi il camion stava passando sparasse contro l'autista e i contrabbandieri. Come fu terribile quel giorno in cui furono uccisi ben cento contrabbandieri!49

Noemi Szac-Wajnkranc nasce negli anni Venti a Varsavia da una famiglia ebraica assimilata e benestante. Appena sposata, viene obbligata a trasferirsi nel ghetto, dal quale suo marito Jurek fu deportato e poi ucciso nel campo di Majdanek alla fine del 1943. Prende parte alla rivolta del ghetto, dove perdono la vita i suoi genitori e lo zio. Dopo la rivolta vive nascosta finché nel maggio 1945 viene uccisa da un cecchino in una strada di Łódź.

49 N. Szac-Wajnkranc, Diario, in N. Szac-Wajnkranc, L. Weliczker, I diari del ghetto, Paperbacks Lerici, Milano 1966, pp. 29-30
Gli addetti delle pompe funebri facevano entrare i viveri nel ghetto, nascondendoli nei carri funebri svuotati del loro carico di morti, di vittime, spesso, del tifo e di altre malattie. Ma la fame ci spingeva a non pensare affatto alle condizioni tutt'altro che igieniche dei nostri approvvigionamenti.50

Michel Mazor nasce a Kiev da famiglia ebraica. Diventa avvocato e si stabilisce a Varsavia. Rinchiuso nel ghetto, viene catturato durante la grande "Azione" e destinato al campo di Treblinka, nel settembre del 1942. Mazor riesce a fuggire dal carro bestiame durante il viaggio e sopravvive sotto falso nome alla guerra. Dopo questa si trasferisce a Parigi, dove scrive le sue memorie.

50 M. Mazor, La città scomparsa, Marsilio, Venezia 1992, p. 164.
Non fate domande! Solo voi e il distributore del giornale vi conoscete. Nessun'altro è informato. Voi non sapete da chi il distributore riceve il giornale. Non dovete saperlo e non dovete fare domande.
Silenzio! Parlate il meno possibile del lavoro dell'organizzazione. C'è molta gente curiosa: alcune persone sono pagate per la loro curiosità. Se per caso conoscete il nome di alcuni membri attivi, non parlate. Non fate mai nomi, perché parlando troppo, potreste tradire qualcuno. Questo non si limita ai membri attivi dell'organizzazione, ma a tutti coloro che lavorano attivamente nel mondo clandestino. Non chiacchierate sulla strada o nei ritrovi pubblici del vostro lavoro, della stampa clandestina. Ricordatevi che parlare troppo è un delitto contro il movimento!51

51 P. Malvezzi, Le voci del ghetto. Varsavia 1941/1942, Laterza, Bari 1970, p. 99.