1. La Storia
  2. Immagini e documenti
  3. Testimonianze

Gli ebrei dei ghetti – dipinti nell'immaginario collettivo tedesco come nullafacenti – vengono costretti a lavorare per la Wehrmacht, la Polizia e l'amministrazione civile; sono poi impiegati nel settore agricolo, nei boschi, presso caserme e case private, nonché sfruttati da industrie, soprattutto tessili, all'interno di ghetti come Łódź e Varsavia.
Inoltre, vengono istituiti ovunque campi di lavoro: nel solo Governatorato Generale, nel corso del periodo dell'occupazione, sono attivati trecento campi di lavoro per ebrei, dove trovano la morte circa 200.000 persone. Alcuni dei campi diventano veri e propri complessi, come Majdanek a Lublino, Janowska a Leopoli, Płaszów a Cracovia e le fabbriche della Hugo Schneider AG (HASAG) a Częstochowa e Skarżysko-Kamienna (distretto di Radom).
Regolamentare il lavoro coatto è uno dei primi compiti assegnati agli Judenräte. In ogni città del Governatorato Generale hanno luogo rastrellamenti di lavoratori ebrei, che spesso non rivedono mai più i propri cari.
Molti campi nascono solo nel 1942, durante le liquidazioni dei ghetti. Da questo momento in poi la situazione cambia: il "lavoro" diventa un fattore sempre più importante, assumendo così una funzione "selettiva", tra ebrei "produttivi" e "improduttivi".
A Łódź, è lo stesso Judenältester Rumkowski che cerca di rendere produttivo il ghetto, innanzitutto per assicurare ai suoi abitanti cibo e rifornimento di oggetti in cambio di lavoro, poi per limitare le deportazioni verso Chełmno. Il motto del ghetto è "Il lavoro è la nostra unica salvezza". Il numero degli occupati cresce, dai 7.000 della fine del 1940 agli a oltre 60.000 del 1943 . Il ghetto, fino alla liquidazione avvenuta nell'estate del 1944, continua a produrre tessuti e a lavorare pelli e metalli.

Legenda: Testimonianze dei persecutori

Il lavoro nella piazza era controllato da un solo soldato, anche lui con un grosso bastone. Usando parole molto rudi, mi ha detto di riempire una pozzanghera con della sabbia. Non sono mai stato umiliato tanto in vita mia come quando, guardando attraverso il cancello della piazza, ho visto i musi felici e sorridenti dei passanti che godevano della nostra sfortuna.32

Dawid Sierakowiak inizia il 28 giugno 1939 a scrivere il suo diario, poche settimane prima del suo quindicesimo compleanno, e si interrompe il 15 aprile 1943, a pochi mesi dal compimento dei diciannove anni. Muore il 18 agosto di quello stesso anno, di tubercolosi, dopo anni di reclusione nel ghetto di Łódź. Il diario contiene descrizioni di vita quotidiana all'interno del ghetto.

32 D. Sierakowiak, Il diario di Dawid Sierakowiak, Einaudi, Torino 1997, pp. 39-40.
Emmanuel Ringelblum nasce a Buczacz, in Galizia, nel 1900, e consegue il dottorato di ricerca in storia all'Università di Varsavia nel 1927. Durante l'occupazione nazista della città Ringelblum si attiva all'interno del movimento clandestino e si occupa della creazione di un archivio di documenti e testimonianze sulla persecuzione degli ebrei in Polonia. Fugge dal ghetto nel marzo 1943, ma catturato, viene internato nel campo di Trawniki da cui riesce a fuggire. Viene quindi arrestato nuovamente nel marzo 1944 e fucilato con la moglie e il figlio. Gli archivi degli Oyneg Shabes (nome del gruppo di intellettuali gravitanti attorno a Ringelblum), nascosti sotto le rovine del ghetto, sono stati rinvenuti tra il settembre 1946 e il dicembre 1950, e con essi i suoi Appunti dal ghetto di Varsavia.

33 E. Ringelblum, Sepolti a Varsavia: appunti dal ghetto, Il Saggiatore, Milano 1965, pp. 50, 55.
Non tutti ci credevano. Io cominciai a crederci quando vidi la fotografia di un conoscente, un ragazzo prestante e intelligente. Nella foto scattata al campo scorsi il volto di un cretino o di un degente di un manicomio.34

Calel Perechodnik, ebreo di Otwock, nasce nel 1916 e nel febbraio del 1941 entra a far parte della polizia ebraica. Muore probabilmente durante la rivolta di Varsavia.

34 C. Perechodnik, Sono un assassino?, Feltrinelli, Milano 1996, p. 20.
In 13 ore è proibito sedersi per un minuto, chi si siede viene picchiato terribilmente. I racconti non avevano fine, siamo rimasti alzati fino alle due di notte, è impossibile descrivere tutto ciò. Papà non ha un aspetto troppo cattivo, perché ha potuto mangiare abbastanza.35

Dawid Rubinowicz è un bambino di 12 anni quando inizia a scrivere il suo diario, nel quale riporta le vicende del suo villaggio, Krajno, nei pressi di Kielce, e della sua comunità ebraica. Le vicende narrate riguardano gli anni 1940-1942. Morirà a Treblinka.

35 D. Rubinowicz, Il diario di Dawid Rubinowicz, Einaudi, Torino 2000, p. 79.