1. La Storia
  2. Immagini e documenti
  3. Testimonianze

La sussistenza del ghetto dipende in tutto e per tutto dal mondo esterno. Gli ebrei rinchiusi, essendo stati privati delle attività, del lavoro e delle imprese che hanno loro permesso precedentemente di vivere, devono affrontare un problema primario: come far sopravvivere il ghetto. Inizialmente, sono costretti a sacrificare, per gli acquisti di prima necessità, i beni privati rimasti; in seguito, vivono alla giornata.
In molti casi, i nazisti non esitano a ridurre le distribuzioni alimentari ben al di sotto del minimo strettamente necessario alla sopravvivenza. I Consigli ebraici cercano di ripartire equamente il cibo tra gli abitanti, regolamentandone l'accesso con tessere annonarie e buoni per i beni di consumo.
La situazione provoca condizioni alimentari catastrofiche, che unite al sovraffollamento e alla mancanza di infrastrutture (come l'assenza di un sistema fognario, di servizi igienici e di acqua potabile) sono la causa dell'insorgere e del diffondersi rapidissimo di malattie, soprattutto tra gli strati più deboli della popolazione. I ghetti sono infestati da epidemie di tifo intestinale e petecchiale. La maggior parte dei reclusi soffre di tubercolosi acuta e di dissenteria.
A Łódź, 44.000 persone, ovvero un quinto della popolazione del ghetto, non sopravvivono alle condizioni di vita insopportabili. A Varsavia, dove muoiono 80.000 persone, il picco più alto si raggiunge nell'agosto del 1941, con oltre 5.500 vittime. La morte per strada diventa la normalità e le sepolture avvengono ormai solo in fosse comuni. Il dramma tocca particolarmente i bambini, molti dei quali orfani: alcuni sembrano invecchiare precocemente e quasi un terzo dei neonati non raggiunge l'anno di vita.
Ma i nazisti incominciano a pensare a soluzioni più estreme. Un dirigente della polizia nel Warthegau, scrive nel luglio 1941 che sarebbe una "soluzione più umana quella di far fuori gli ebrei con qualche mezzo efficace... piuttosto che farli morire di fame".

Legenda: Testimonianze dei persecutori

Adam Czerniaków (1880-1942) chimico e ingegnere, senatore, rappresentante dell'Unione ebraica artigiani di Varsavia, poliglotta, poeta, amante dell'arte, della musica, della letteratura. Diviene nel 1939 presidente del Consiglio ebraico di Varsavia. Si suicida il giorno dopo l'inizio della liquidazione del ghetto di Varsavia, il 23 luglio 1942, ingerendo una pillola di cianuro.

20 A. Czerniaków, Diario 1939-1942. Il dramma del ghetto di Varsavia, Città Nuova, Roma 1989, p. 272.
Molti uomini, rassegnati alla fame, morivano lentamente davanti ai ristoranti e ai negozi di alimentari. Perché? Non erano né la paura né le percosse della polizia ebraica che li fermavano, ma la consapevolezza della loro situazione senza uscita.21

Michel Mazor nasce a Kiev da famiglia ebraica. Diventa avvocato e si stabilisce a Varsavia. Rinchiuso nel ghetto, viene catturato durante la grande "Azione" e destinato al campo di Treblinka, nel settembre del 1942. Mazor riesce a fuggire dal carro bestiame durante il viaggio e sopravvive sotto falso nome alla guerra. Dopo questa si trasferisce a Parigi, dove scrive le sue memorie.

21 M. Mazor, La città scomparsa, Marsilio, Venezia 1992, p. 55.
C'è stata subito una gran richiesta di tali bucce, e l'articolo è salito di prezzo.
[...]
Dove in tempi normali abitava una famiglia di tre-cinque persone al massimo, ne hanno stivate sino a venticinque, donne e bambini. Non c'è da stupire se in simili condizioni sanitarie, in simile sporcizia e miseria compaiono le malattie. La mortalità è aumentata di almeno venti volte rispetto alla vecchia Łódź, prima della guerra.22

(Anonimo, Łódź)

22 Diarista anonimo, Manoscritto di Lodz, De Donato, Bari 1967, pp. 20, 26.
[...] All'interno del ghetto c'era un tram trainato da cavalli, come nell'Ottocento. Era sempre strapieno e proprio per questo i miei amici ed io non ne facevamo mai uso: temevamo i pidocchi – i principali vettori della febbre petecchiale – e andavamo quindi sempre a piedi. Ma anche le strade erano costantemente affollate – una strada vuota nel ghetto non l'ho mai vista, una semivuota solo di rado. Non era possibile evitare il paventato contatto con gli altri passanti: anche così poteva capitare di ritrovarsi addosso un pidocchio e di venire in tal modo contagiati dall'epidemia, quasi sempre di esito mortale. Nel ghetto la morte la si incontrava a ogni passo. E questo è da intendersi alla lettera: ai margini della strada, soprattutto nelle prime ore del mattino, ricoperti a malapena con fogli di giornale, c'erano i corpi di quelli che erano morti di sfinimento, fame o tifo e per i quali non c'era nessuno che volesse sostenere le spese del funerale. Quasi ad ogni strada si incontravano mendicanti: seduti per terra, appoggiati al muro di una casa, chiedevano tra i lamenti un tozzo di pane; il loro stato era tale da far supporre che ben presto li si sarebbe più visti, ma distesi – ricoperti di giornali.23

Marcel Reich-Ranicki nasce in Polonia nel 1920 e si trasferisce a nove anni a Berlino. Una volta cresciuto, vede vincere il nazismo e nel 1940 viene rinchiuso nel ghetto di Varsavia. Sopravvive insieme alla moglie, nascondendosi. Nel 1958 torna in Germania. Oggi svolge un'attività di critico letterario militante.

23 M. Reich-Ranicki, La mia vita, Sellerio, Palermo 2003, pp. 175-176, 184-185.
La cena assomiglia alla colazione; a volte mi faccio friggere qualche patata con una noce di strutto, lo strutto costa 250 złoty al chilo. Adesso il prezzo delle uova è calato molto, costano 4 złoty l'uno, ma erano già arrivate a sette złoty; le galline cominciano a farne molte, e poi con la tessera si possono avere quattro uova conservate a 20 centesimi l'uno. Quando ho motivo di essere allegro per un buon comunicato dal fronte o perché ricevo una lettera da te, mi concedo una pasta (6-7 złoty; prima, 30 centesimi). Un limone costa 6 złoty e 50. Frutta niente: è troppo cara. Ma tutto ciò non ha importanza, non bisogna piagnucolare per questo.24

Adolf Rudnicki nasce nel 1912 a Varsavia. Nel 1939 prende parte alle operazioni belliche e viene fatto prigioniero. Riesce a fuggire e a tornare a Varsavia in cui vive e lavora nei sotterranei del ghetto, assistendo alla distruzione della sua gente. Sopravvive e diventa un testimone.

24 A. Rudnicki, Cronache del ghetto, Silva Editore, Milano 1961, pp. 176-177.
Emmanuel Ringelblum nasce a Buczacz, in Galizia, nel 1900, e consegue il dottorato di ricerca in storia all'Università di Varsavia nel 1927. Durante l'occupazione nazista della città Ringelblum si attiva all'interno del movimento clandestino e si occupa della creazione di un archivio di documenti e testimonianze sulla persecuzione degli ebrei in Polonia. Fugge dal ghetto nel marzo 1943, ma catturato, viene internato nel campo di Trawniki da cui riesce a fuggire. Viene quindi arrestato nuovamente nel marzo 1944 e fucilato con la moglie e il figlio. Gli archivi degli Oyneg Shabes (nome del gruppo di intellettuali gravitanti attorno a Ringelblum), nascosti sotto le rovine del ghetto, sono stati rinvenuti tra il settembre 1946 e il dicembre 1950, e con essi i suoi Appunti dal ghetto di Varsavia.

25 E. Ringelblum, Sepolti a Varsavia: appunti dal ghetto, Il Saggiatore, Milano 1965, p. 59.
Sara Grossman-Weil, 1942, deportata ad Auschwitz durante la liquidazione del ghetto di Łódź nell'agosto 1944.

26 D. Dwork, Nascere con la stella, Marsilio, Venezia 2009, pp. 235-236.
12 giugno 1941
Una delle piaghe del ghetto sono i mendicanti, che continuano a moltiplicarsi. Alcuni rifugiati non hanno qui amici né parenti e non riescono nemmeno a trovare posto negli spaventosi "asili" fondati dalla comunità. Costoro dedicano i primi giorni dopo l'arrivo alla ricerca di un lavoro. La notte dormono sulle soglie delle porte, cioè nella strada. Quando le loro forze si esauriscono e i loro piedi gonfi rifiutano di sostenerli siedono sull'orlo dei marciapiedi o si appoggiano a un muro e chiudendo gli occhi allungano per la prima volta la mano. Dopo qualche giorno chiedono la carità con gli occhi aperti. Quando il morso della fame si fa più crudele, cominciano a piangere... e così si sviluppano i cosiddetti "mendicanti rabbiosi".

[...]
Quando sono scesa nel cortile, oggi, ho visto accanto al secchio delle immondizie un giovanotto alto, apparentemente ben vestito: uno di quei giovani di buona famiglia che prima della guerra, in Polonia, facevano gli studi classici senza curarsi del pane quotidiano. Bruscamente, quasi avesse sentito di essere guardato, si è voltato, e ho osservato allora che la sua giacca era completamente lacera sul davanti. La camicia aperta lasciava intravedere il petto incavato. Si è chinato per raccogliere una busta di carta ed è scappato via in fretta. Stava evidentemente frugando fra le nostre immondizie quando l'ho sorpreso, ed è fuggito via perla vergogna.

29 luglio 1941
Pochi giorni fa, nella Leszno, ho visto un padre che portava sulle braccia un ragazzo grandicello. Padre e figlio erano vestiti di stracci. La faccia del giovane ammalato, che delirava pietosamente, era di un rosso acceso. Nell'avvicinarsi all'angolo della Leszno e Żelazna l'uomo si è fermato esitante davanti ai cancelli dell'ospedale. Ha indugiato lì qualche tempo, domandandosi evidentemente che cosa gli convenisse fare. Infine lo sventurato ha deposto il figlio malato sugli scalini che conducono agli uffici dell'ospedale e ha fatto alcuni passi indietro. Il ragazzo si torceva in preda a convulsioni, gemendo. Improvvisamente una infermiera in grembiule bianco è uscita e ha cominciato a insultare il padre affranto, che l'ascoltava a testa bassa, piangendo amaramente. Ho notato dopo un po' che il ragazzo aveva cessato di agitarsi e sembrava addormentato. I suoi occhi erano chiusi e una espressione strana, soddisfatta, gli si era diffusa sul viso. Pochi istanti dopo, il padre in lacrime ha gettato un'occhiata al figlio. Si è piegato sul ragazzo e, singhiozzando disperatamente, ne ha fissato a lungo la faccia, come per cercare di scoprirvi un barlume di vita. Ma tutto era finito. Presto un carrettino nero, che fa gratuitamente servizio per la comunità, è apparso e il corpo ancora caldo del bambino è stato aggiunto a molti altri raccolti nelle strade adiacenti. Il padre ha seguito a lungo con gli occhi il carretto che si allontanava. Poi è sparito a sua volta.

31 luglio 1941
La casa di fronte alla nostra, al N. 42, è stata distrutta da un incendio durante l'assedio. Questa mattina una donna di mezza età si è seduta di fronte alle rovine. I suoi piedi scalzi, che allungava davanti a sé, erano coperti di piaghe purulente, la sua faccia gonfiata dallo scorbuto, le narici esageratamente dilatate quasi fosse per soffocare. La donna si sforzava ogni tanto, invano, di sollevare il suo corpo pesante. I passanti proseguivano frettolosi senza nemmeno voltarsi. Non avrebbero potuto fare niente per lei, del resto. Qualche tempo dopo l'ho vista sollevarsi, mordere un po' di pane e cominciare a masticarlo. Ma ha dovuto sputarlo perché il suo stomaco si rifiutava di digerirlo. La donna ha ritentato infine di rialzarsi aiutandosi col bastone. Questa volta ci è riuscita. Ha fatto pochi passi; vacillando, si è appoggiata con forza al suo bastone, e improvvisamente si è messa a battere la testa contro il muro gridando: "Abbiate pietà di me, uccidetemi!".

[...]
Un gran numero di bambini orfani seminudi sono sempre seduti a terra, appena coperti di stracci. I loro corpi sono orribilmente emaciati; s'intravedono le ossa attraverso la loro pelle simile a una pergamena gialla. Questo è il primo stadio dello scorbuto: nell'ultima fase di quest'orribile malattia i corpicini si gonfiano e si coprono di bolle e di piaghe infette. Alcuni di questi bambini, che hanno perduto le dita dei piedi, si trascinano per terra gemendo. Non hanno più un aspetto umano, somigliano piuttosto a scimmie che a bambini. Non implorano più un tozzo di pane, ma la morte.

22 novembre 1941
La quantità di carbone e di legna assegnata dai tedeschi al ghetto è così piccola che basta appena a riscaldare gli enti pubblici, come l'amministrazione della comunità, la posta, l'ospedale e le scuole. Nella Leszno, davanti al tribunale, siedono sempre madri che hanno sulle ginocchia i loro bambini avvolti in stracci da cui escono piedini rossi congelati. Qualche volta una madre continua a stringersi al seno il figlio morto di freddo cercando invano di riscaldare il corpicino inanimato. Altre volte un bambino si stringe alla madre credendola addormentata e cercando di svegliarla, mentre la sventurata è invece morta. Il numero di queste madri e di questi figli senza tetto cresce ogni giorno. Dopo che hanno esalato l'ultimo respiro rimangono a lungo stesi per le strade perché nessuno si preoccupa di loro.27

Mary Berg (il cui vero nome è Miriam Wattemberg) nasce a Łódź, nel 1924. In seguito all'occupazione nazista, si stabilisce con la famiglia a Varsavia, dove viene rinchiusa nel ghetto. Grazie alla madre, in possesso di passaporto statunitense, il 17 luglio 1942 i Wattemberg vengono rinchiusi nella prigione Pawiak e successivamente imbarcati per New York nel 1944. Il suo diario iniziato il 10 ottobre 1939 e termina al momento della traversata atlantica. Verrà pubblicato per la prima volta negli Usa a guerra non ancora finita.

27 M. Berg, Il ghetto di Varsavia, De Carlo, Roma 1946, pp. 74, 89, 90, 111-112, 152-153.
Emmanuel Ringelblum nasce a Buczacz, in Galizia, nel 1900, e consegue il dottorato di ricerca in storia all'Università di Varsavia nel 1927. Durante l'occupazione nazista della città Ringelblum si attiva all'interno del movimento clandestino e si occupa della creazione di un archivio di documenti e testimonianze sulla persecuzione degli ebrei in Polonia. Fugge dal ghetto nel marzo 1943, ma catturato, viene internato nel campo di Trawniki da cui riesce a fuggire. Viene quindi arrestato nuovamente nel marzo 1944 e fucilato con la moglie e il figlio. Gli archivi degli Oyneg Shabes (nome del gruppo di intellettuali gravitanti attorno a Ringelblum), nascosti sotto le rovine del ghetto, sono stati rinvenuti tra il settembre 1946 e il dicembre 1950, e con essi i suoi Appunti dal ghetto di Varsavia.

29 E. Ringelblum, Sepolti a Varsavia: appunti dal ghetto, Il Saggiatore, Milano 1965, pp. 236, 244.
All'infuori della vita umana non esiste al mondo niente altro che sia da rimpiangere.30

Noemi Szac-Wajnkranc nasce negli anni Venti a Varsavia da una famiglia ebraica assimilata e benestante. Appena sposata, viene obbligata a trasferirsi nel ghetto, dal quale suo marito Jurek fu deportato e poi ucciso nel campo di Majdanek alla fine del 1943. Prende parte alla rivolta del ghetto, dove perdono la vita i suoi genitori e lo zio. Dopo la rivolta vive nascosta finché nel maggio 1945 viene uccisa da un cecchino in una strada di Łódź.

30 N. Szac-Wajnkranc, Diario, in N. Szac-Wajnkranc, L. Weliczker, I diari del ghetto, Paperbacks Lerici, Milano 1966, p.35.
[...] In quelle corsie vastissime, su tavolacci coperti di materassi di carta e senza lenzuola, giacevano bambini coperti con altri materassi di carta. In un angolo della stanza c'erano senza secchi di ferro, poiché mancavano le padelle e i vasi da notte e i bambini che soffrivano di Durchfall – la diarrea emorragica dell'inedia – non ce la facevano ad arrivare al gabinetto. La mattina i secchi traboccavano e tutto intorno il pavimento era sudicio: sangue, pus e feci, che esalavano un fetore spaventoso. Sui tavolacci giacevano scheletrini o mucchietti gonfi. Solo gli occhi erano vivi. Finché non avete visto quegli occhi, il viso di un bimbo che muore di fame con un grande buco nero al posto della bocca e la pelle rugosa e incartapecorita, non saprete che cosa può riservare la vita.
[...]
"Quando mia sorella morì e la mamma la portò fuori, non aveva più la forza di andare a mendicare così si sdraiò lì dov'era e pianse un po'. Nemmeno io avevo la forza di uscire, così la mamma morì anche lei e io avevo una voglia terribile di vivere e mi misi a pregare come papà pregava prima, prima che lo uccidessero cioè. Diceva: 'Shma Israel' e io cominciai a dirlo anch'io e vennero a prendere i cadaveri e videro che ero vivo e mi portarono qui e io vivrò".31

Adina Blady Szwajger, ebrea polacca, ha 22 anni e sta per laurearsi in medicina, per questo diviene testimone, come medico, degli orrori commessi nell'ospedale dei bambini del ghetto di Varsavia. L'ospedale continua a funzionare, con sforzi sovrumani da parte del personale, fino alla chiusura definitiva ordinata dai tedeschi. Così Adina entra nella resistenza e comincia a raccogliere armi e ad aiutare chi ne ha bisogno. Dopo la guerra torna a Varsavia, dove svolge fino al 1985 la sua attività di pediatra.

31 A. Blady Szwajger, La memoria negata, Frassinelli, Milano 1992, pp. 44, 47, 51.