1. La Storia
  2. Immagini e documenti
  3. Testimonianze

I governi occidentali e l'opinione pubblica mondiale sono al corrente delle politiche antiebraiche, poste in essere dalla Germania nazista, sin dal loro avvio: seguono l'ascesa al potere di Hitler e del partito nazionalsocialista, rimangono turbati dall'inizio delle persecuzioni e conoscono nel dettaglio le premesse e le conseguenze della ghettizzazione imposta alla popolazione ebraica dell'Europa dell'Est.
I corrispondenti dei principali quotidiani inglesi e americani informano costantemente i propri lettori circa l'istituzione dei ghetti, le misere condizioni di vita al loro interno, le violenze perpetrate a danno degli ebrei segregati e le azioni di liquidazione che si ripetono con cadenza periodica.
Il movimento di resistenza in Polonia di tanto in tanto raccoglie informazioni sulla sorte degli ebrei e le trasmette, con la complicità di corrieri clandestini, al governo polacco in esilio a Londra. Ma è rilevante il fatto che da parte dello stesso governo in esilio non compaiano dichiarazioni che condannino l'antisemitismo della popolazione locale, e particolarmente significativo è il silenzio di fronte alla tragedia delle deportazioni, che non è mai menzionata nelle emissioni destinate al paese occupato (si danno notizie sul tema nei soli programmi di lingua inglese destinati all'occidente).
Anche gli appelli provenienti da importanti istituzioni ebraiche internazionali e da associazioni cattoliche segretamente operanti in Polonia, vengono costantemente disattesi. La posizione alleata rimane confinata a generiche quanto circostanziate dichiarazioni d'intenti, in nome di una continuità bellica anteposta al destino degli ebrei d'Europa.

Legenda: Testimonianze dei persecutori

Mary Berg (il cui vero nome è Miriam Wattemberg) nasce a Łódź, nel 1924. In seguito all'occupazione nazista, si stabilisce con la famiglia a Varsavia, dove viene rinchiusa nel ghetto. Grazie alla madre, in possesso di passaporto statunitense, il 17 luglio 1942 i Wattemberg vengono rinchiusi nella prigione Pawiak e successivamente imbarcati per New York nel 1944. Il suo diario iniziato il 10 ottobre 1939 e termina al momento della traversata atlantica. Verrà pubblicato per la prima volta negli Usa a guerra non ancora finita.

15 M. Berg, Il ghetto di Varsavia, De Carlo, Roma 1946, p. 155.
Io mi rivolgo ai governi degli Alleati con la supplica di affrettarsi, quanto è loro possibile, a porre fine a questa guerra e a salvare così la vita a milioni di persone innocenti.16

(Discorso di ammonimento del capo del governo polacco, il generale Władysław Sikorsky, a Radio Londra)

16 P. Malvezzi, Le voci del Ghetto di Varsavia: 1941/1942, Laterza, Bari 1970, p. 447.
La responsabilità per l'assassinio dell'interna comunità ebraica polacca riposa prima di tutto su coloro che lo stanno perpetrando, ma indirettamente ricade anche su tutta l'umanità, sui popoli dei paesi Alleati e sui loro governi, che fino ad oggi non hanno preso alcuna misura efficace per porre fine a questo crimine. Osservando passivamente lo sterminio di milioni di indifesi – bambini torturati, donne e uomini – essi si sono resi corresponsabili.
Sono costretto ad affermare che, malgrado il Governo polacco abbia contribuito ampiamente a destare l'interesse dell'opinione pubblica mondiale, non ha ancora fatto abbastanza. Non ha fatto nulla che non fosse quantomeno dovuto, nulla di adeguato alle dimensioni della tragedia che sta colpendo la Polonia.
Dei quasi 3 milioni e mezzo di ebrei polacchi e dei circa 700 mila che sono stati deportati in Polonia da altri paesi, solo 300 mila, secondo le stime ufficiali del Bund trasmesse dal Rappresentante del Governo, erano ancora vivi lo scorso aprile. E lo sterminio prosegue senza sosta.
Non posso continuare a vivere e a rimanere in silenzio mentre gli ultimi ebrei polacchi, di cui sono il rappresentante, vengono assassinati. I miei compagni nel Ghetto di Varsavia sono caduti con le armi in pugno nell'ultima, eroica battaglia. Non mi è stato concesso di morire come loro, insieme a loro, ma io appartengo a loro, alla loro fossa comune.
Con la mia morte desidero esprimere la mia più profonda protesta contro l'immobilismo attraverso il quale il mondo osserva e permette la distruzione del popolo ebraico.
So che la vita di un uomo non ha un gran valore, specialmente oggi. Ma dal momento che non ci sono riuscito nel corso della mia esistenza, forse sarò in grado con la mia morte di contribuire a risvegliare dal letargo coloro che possono e devono agire in modo che almeno ora, forse all'ultimo momento, quell'esiguo gruppo di ebrei polacchi che sono ancora vivi possa essere salvato dalla distruzione certa.
La mia vita appartiene agli ebrei di Polonia, e perciò a loro ora la consegno. Spero che quanto è rimasto dei milioni di ebrei polacchi possa vivere fino a vedere la liberazione insieme con gli altri polacchi, e che gli sia concesso di respirare liberamente in Polonia e in un mondo di libertà e giustizia socialista, a titolo di risarcimento per le sofferenze disumane e le torture che hanno dovuto patire. E credo che una tale Polonia sorgerà e un mondo simile varrà. Sono certo che il Presidente e il Primo Ministro invieranno queste mie parole a tutti coloro ai quali sono rivolte, e che il Governo polacco intraprenderà immediatamente delle azioni diplomatiche e si farà carico di spiegare la situazione, al fine di salvare dalla distruzione gli ebrei polacchi ancora in vita.
Mi concedo da voi salutandovi, mi concedo da tutti e da tutto ciò che mi era caro e che ho amato.17

Szmul Zygielbojm nasce nel 1895. Ebreo polacco, leader del Bund (partito socialista ebraico) e membro del Consiglio Nazionale del Governo polacco in esilio a Londra. Il 12 maggio del 1943, dopo aver scritto un'accorata lettera di commiato, si diede la morte in segno di protesta contro l'indifferenza degli Alleati di fronte alla Shoah.

17 The last letter from Szmul Zygielbojm, in Documents on the Holocaust. Selected Sources on the Destruction of the Jews of Germany and Austria, Poland, and the Soviet Union, a cura di Y. Arad, Y. Gutman, A. Margaliot, "Ahva" Cooperative Press, Jerusalem 1981, pp. 324-327.
Il nostro appello rimane senza risposta, anche se, in una emissione radiofonica mondiale, il testo fedele del nostro messaggio è stato letto a Londra dal compagno Zygielbojm, che rappresentava il nostro Consiglio Nazionale. All'indomani, il suo discorso è riprodotto in un numero speciale del nostro giornale, Der Weker, così come nei giornali di tutti i partiti politici, e diffuso nel ghetto.18

Marek Edelman nasce da una famiglia ebraica nel 1922 a Varsavia. Sin da giovane aderisce al Bund (movimento operaio ebraico). È tra i promotori e organizzatori della rivolta del ghetto di Varsavia ed è l'unico comandante che sopravvive alla guerra. Riporta la sua testimonianza intervistato dalla giornalista Hanna Krall.

18 M. Edelman, H. Krall, Il ghetto di Varsavia, Città Nuova, Roma, 1985, pp. 37-38.
Dopo un periodo di riabilitazione riprende la sua attività di resistente. Nell'autunno del 1942 riceve l'incarico di recarsi a Londra dal Governo polacco in esilio. Inizia un viaggio che lo conduce prima nella capitale britannica e successivamente negli Stati Uniti. Obiettivo principale dell'impresa è portare a conoscenza degli alleati la situazione nella Polonia occupata dalla Germania nazista.
In un libro-testimonianza, apparso per la prima volta in America nel 1944, a guerra ancora in corso, Karski descrive le fasi preliminari della sua missione:
Ho continuato il mio lavoro di collegamento per quasi tre anni. Durante questo periodo, grazie al ruolo strategico che occupavo, sono stato in grado di conoscere l'intera struttura del movimento clandestino e di avere un quadro dettagliato della situazione in Polonia nel suo complesso. Il Comandante dell'Esercito e il Delegato del Governo decisero quindi di impiegare la mia esperienza per un altro compito.
Mi avrebbero inviato a Londra presso il Governo Polacco affinché contattassi le autorità alleate, in particolare gli inglesi e gli americani. Mi fu detto di trasmettere loro quanto più potevo circa le nostre attività. La preparazione del mio viaggiò durò diverse settimane.
Il materiale che avrei dovuto raccogliere sarebbe stato stampato su microfilm. La fotografia era un elemento prezioso per la cospirazione.
Quando sarei partito per l'Inghilterra avrei portato con me più di mille pagine di materiale stampato su pellicola Contax della grandezza di due o tre fiammiferi americani. Il materiale sarebbe stato nascosto nel manico di un rasoio, così perfettamente saldato che il suo occultamento sarebbe stato pressoché impercettibile.
Nei giorni precedenti la sua partenza per Londra, Karski incontra i due leader dell'organizzazione sionista in Polonia e del Bund. Il "Corriere polacco" riceve un messaggio da comunicare alle autorità alleate. Riesce quindi a introdursi nel ghetto di Varsavia e in quello che, con tutta probabilità, è il campo di Izbica, non lontano da Belzec. Riportiamo qui il colloquio avuto con le organizzazioni clandestine:
"Vogliamo che tu riferisca al governo polacco e ai leader dei paesi alleati che la nostra situazione di fronte ai criminali nazisti è disperata. Non possiamo difenderci da soli e nessuno in Polonia è in grado di proteggerci. Il movimento clandestino polacco può mettere in salvo alcuni di noi, ma non tutti. I tedeschi non hanno intenzione di schiavizzarci come hanno fatto con altri popoli; vogliono eliminarci sistematicamente".
"Questo è ciò che le persone non comprendono; ciò che è così difficile da far capire. A Londra, a Washington o a New York credono che gli ebrei stiano esagerando, che siano isterici".
"Il nostro intero popolo sarà distrutto. Qualcuno forse potrà salvarsi, ma 3 milioni di ebrei polacchi sono già morti. Così come altri deportati da tutta Europa. La resistenza polacca non può farci nulla, e nemmeno quella ebraica. Gli Alleati devono farsi carico delle proprie responsabilità e correre in nostro soccorso."
Questo era il messaggio che avrei dovuto portare al mondo.
Si offrirono di farmi entrare clandestinamente nel ghetto di Varsavia affinché potessi rendermi conto di persona di come muore un popolo, di come esala l'ultimo respiro. Mi avrebbero portato in uno dei tanti campi dove gli ebrei sono torturati e uccisi.
Nel novembre del 1942 Jan Karski raggiunge Londra. Nella capitale britannica consegna un rapporto ai principali esponenti del governo polacco in esilio e si spende in numerosi incontri con personalità di rilievo. Rende di pubblico dominio ciò che sa circa la sorte degli ebrei in Polonia e gli viene chiesto di fare altrettanto negli Stati Uniti:
Il mio primo compito consistette nel fare rapporto a Stanisław Mikołajczyk, allora ministro dell'Interno nel nostro governo. Il suo ministero aveva giurisdizione sopra le attività del movimento clandestino ed era suo dovere mantenere i contatti con le organizzazioni segrete in Polonia, aiutarle militarmente e finanziariamente, e, se necessario, collaborare attivamente con loro.
Dopo il mio rapporto preliminare, mi fu chiesto di incontrare il Primo Ministro, il generale Sikorski. Sottoposi un lungo rapporto al Presidente della Polonia, Władysław Raczkiewicz. Poi mi recai a colloquio con ciascun membro del governo e con i singoli esponenti dei partiti politici.
Trascorse alcune settimane, intrapresi il mio secondo compito, quello di informare i leader delle Nazioni Unite circa la situazione in Polonia e le condizioni del movimento clandestino. Successivamente iniziai il mio giro di consultazioni con altri personalità inglesi.
Quasi ogni leader politico in Inghilterra era interessato a un differente aspetto dei miei resoconti. Non riesco a capire come e perché potesse essere così, ma nemmeno due persone nutrivano le medesime curiosità. Ognuno aveva aspettative diverse.
Testimoniai di fronte alla Commissione delle Nazioni Unite per i Crimini di Guerra, che è composta da rappresentanti delle Nazioni Unite, e presieduta da Sir Cecil Hurst, consigliere legale del Governo britannico. La mia testimonianza venne messa agli atti e mi fu comunicato che sarebbe stata utilizzata come prova nell'atto d'accusa delle Nazioni Unite contro la Germania.
Rilasciai interviste alla stampa inglese e alleata, a membri del Parlamento, a gruppi letterari e intellettuali. In quei giorni memorabili, ebbi il privilegio di incontrare l'elite politica, culturale e religiosa della Gran Bretagna.
Come in Inghilterra, anche negli Stati Uniti raccontai le mie esperienze in una serie infinita di conferenze, conversazioni, discorsi, prolusioni, e incontri.
Alla fine mi recai all'appuntamento più importante. Il Presidente degli Stati Uniti desiderava ascoltare direttamente dalla mia voce ciò che stava accadendo in Polonia e nell'Europa occupata.
Sembrava che il Presidente Roosevelt avesse molto tempo ed energie da dedicarmi. Era sorprendentemente ben informato sulla Polonia e desiderava ulteriori informazioni. Le sue domande erano puntuali, dettagliate, e mirate. Mi chiese dei nostri metodi educativi e dei nostri sforzi per salvaguardare i bambini. Mi domandò dell'organizzazione del movimento clandestino e delle perdite subite dalla Polonia. Voleva sapere come mai la Polonia fosse l'unico paese senza un Quisling. Mi chiese conferma circa le persecuzioni naziste contro gli ebrei. Era ansioso di apprendere le tecniche di sabotaggio, le azioni diversive e l'attività dei partigiani.
Su ogni argomento domandò informazioni precise e accurate. Voleva conoscere, capire, non solamente immaginare, il clima reale e l'atmosfera che si respirava nell'attività del movimento clandestino e tra i suoi uomini.19

19 J. Karski, Story of a Secret State. My Report to the World, Penguin, Great Britain 2011, pp. 337, 340-352, 410-419.