L’Italia di fronte alla realta' dei ghetti

  1. La Storia
  2. Immagini e documenti
  3. Testimonianze

In Italia, dove dal 1938 sono in vigore le "Leggi razziali", arrivano notizie sulla ghettizzazione in Polonia tramite diversi canali, ufficiali e clandestini, pubblici e privati.
Nei territori su cui sono istituiti dei ghetti, come la Galizia, le forze di occupazione del Regio Esercito hanno contatti con gli ebrei che vi sono concentrati, e inviano a tal proposito relazioni in patria.
In qualità di corrispondente di guerra, Curzio Malaparte visita il ghetto di Varsavia e le sue esperienze finiscono nel romanzo Kaputt, del 1944.
Inoltre, gli ebrei stranieri emigrati in Italia osservano e si informano su quello che succede ai loro parenti in Polonia. L'organizzazione ebraica DELASEM (Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei), nata nel 1939 con autorizzazione del governo fascista ed entrata in clandestinità nel 1943, sotto il governo della Repubblica Sociale, soccorre i rifugiati scampati alla ghettizzazione e raccoglie le loro testimonianze.
Per quel che riguarda le notizie ufficiali, la propaganda di regime esalta le misure prese dai tedeschi attraverso riviste specializzate, come La difesa della razza, o anche sui quotidiani.
Al di là della prosa ideologizzata, il racconto minuzioso e fin troppo particolareggiato, anche dei canali autorizzati, non lascia spazio alle rassicurazioni e all'ottimismo. Nonostante questi campanelli d'allarme, in Italia non si arriva a percepire – e in alcuni casi non si vuole – il pericolo incombente che simili misure possano riguardare anche la Repubblica Sociale al momento dell'occupazione tedesca.

Legenda: Testimonianze dei persecutori

Leone Sabatello, nasce a Roma il 18 marzo 1927. Viene deportato il 16 ottobre del 1943 ad Auschwitz. Verrà liberato nel campo di Ravensbrück il 30 aprile del 1945.

20 M. Pezzetti, Il libro della Shoah italiana, Einaudi, Torino 2009, p. 54.
Ci misero in una sala d'aspetto, noi apparivamo come bestie, con i capelli lunghi e sporchi. Sentivamo che nella stanza accanto parlavano tedesco, da una parte la guardia italiana e dall'altra la guardia tedesca. Se un tedesco ti prendeva subito ti picchiava, l'italiano invece ci diede dell'acqua, ci disse di bere. All'improvviso si presentò l'ufficiale che era responsabile di tutte le persone che viaggiavano di ritorno.
Ci chiese – "come siete montati su questo treno?" Egli sapeva parlare tedesco perfettamente. Io ho un orientamento spedito, pensai se io gli dico Siedlce e lui non capisce come mi ci metto a parlare. "Avete viaggiato da Varsavia a qua e non vi hanno scoperto?" Disse –Lui tirò fuori tre pacchetti di sigarette e ci diede a ognuno un pacchetto.
Il mattino si avvicinava, ci mise dentro una stanza e ci diede una colazione. Noi non eravamo abituati. C'era pane e polenta, ovvero mais. Ci diedero del pane fresco e caffè. Da una parte era una cosa buona che ci avevano messo in quella stanza, dall'altra no. Infatti tutti i pidocchi che avevamo avuto addosso tutto il tempo, si erano svegliati per via del caldo e del freddo. E ci stavano uccidendo. Al freddo erano silenziosi, lì si erano destati. Ci dissero che era in arrivo il Gran Commissario preposto al confine e che parlava tutte le lingue. Egli voleva che si entrasse uno a uno. Io mi sono spinto avanti e sono entrato. Entrato, ho raccontato tutto al commissario, dall'a alla zeta quello che accadeva agli ebrei in Polonia, cosa facevano loro e quanti campi c'erano. Egli era un uomo serio, ha registrato ogni cosa. Lui era italiano. La fortuna fu che non ci presero i tedeschi sul treno ma gli italiani. Quest'uomo ebbe la pazienza di stare con me per ore finché non gli ho raccontato tutto. Volle sapere esattamente cosa facevano, forse qualcosa sapeva, non ne ho idea. Una volta finito di raccontare mi chiese di firmare, ed ho firmato. Ma gli dissi solo una parola – Che succederà? – Egli mi disse in tedesco che non lo sapeva con esattezza, ma per come conosceva l'Italia, e lui era italiano, gli italiani sono un popolo umano, non ti manderanno indietro. Però, quello che tu hai firmato viene mandato a Roma, e lì decide il Governo. I miei amici entrarono, non c'era più bisogno di fare l'interrogatorio anche a loro, dovettero solo unirsi e firmare sotto.
Alla sera vennero ancora dei carabinieri, ci portarono alla stazione. Noi eravamo ormai 60 km dentro al confine italiano. Questo posto si chiamava Vipiteno. A Vipiteno ci dissero che andavamo in carcere, in attesa di ricevere una risposta. Lì era una casa circondariale quasi familiare, un uomo con sua moglie e un figlio e una figlia. Erano quattro e dirigevano il carcere. Con noi i carabinieri avevano portato anche altre persone che erano coinvolte con fughe, appena arrivati c'era una donna. Lei ricevette noi e ci disse di attendere. Io dico al mio amico – questa è ebrea. Il mio amico rispose – si, ma come è possibile? In Italia? Ebrea? E in particolare, un' ebrea che dirige un carcere? Come è possibile una cosa simile? Lui mi disse – Guarda i suoi occhi, guarda la sua faccia, così delicata, e il modo in cui parla, questa è per forza ebrea. Ci dicemmo, perché stare a discutere, chiediamoglielo, chiediamole in Yiddish – Capisci l'Yiddish? L'Yiddish non lo sapeva, ma capiva il tedesco. Disse – io capisco il tedesco, ed allora non poteva essere ebrea.21

Tzvì Liverant, testimone delle distruzioni perpetrate ad opera dei nazisti, racconta nella sua intervista a Yad Vashem racconta l'arrivo in Italia (a Vipiteno) da clandestino, dopo essere fuggito da Siedlce nel 1942.

21 Testimonianza di Tzvì Liverant, Yad Vashem, 1996.
Ogni tanto mi toccava scavalcare un morto: camminavo in mezzo alla folla senza vedere dove mettevo i piedi, e ogni tanto inciampavo in un cadavere disteso sul marciapiede tra i rituali candelabri ebraici. I morti giacevano abbandonati sulla neve, in attesa che il carro dei monatti passasse a portarli via: ma la moria era grande, i carri erano scarsi, non si faceva in tempo a portarli via tutti, e i cadaveri restavano lì giorni e giorni, distesi nella neve tra i candelabri spenti. Molti giacevano sul pavimento, nei corridoi, sui pianerottoli delle scale, o sui letti nelle stanze affollate di gente pallida e silenziosa. Avevano la barba sporca di nevischio e di fango. Alcuni avevano gli occhi spalancati, ci seguivano a lungo con lo sguardo bianco, guardavano la folla passare. Erano rigidi e duri, parevano statue di legno. Simili ai morti ebrei di Chagall.
Agli incroci delle strade sostavano coppie di gendarmi ebrei, con la stella di David stampata in lettere rosse nel bracciale giallo, immobili e impassibili in mezzo all'incessante traffico di slitte trascinate da ragazzi, di carrozzine per bambini, di carretti a mano, carichi di mobili, di mucchi di stracci, di ferraglia, d'ogni sorta di miserabili mercanzie.
Gruppi di gente si raccoglievano ogni tanto sull'angolo di una strada, battendo i piedi nella neve gelata, picchiandosi le mani aperte nelle spalle, e stavan lì stretti, abbracciati, in dieci, in venti, in trenta, per darsi un po' di calore l'un l'altro. Gli squallidi, piccoli caffè della Via Nalewki, della Via Przyrynek, della Via Zakroczymska, erano affollati di vecchi barbuti, stretti gli uni agli altri, in piedi, in silenzio, forse per riscaldarsi o per darsi coraggio, come fan le bestie.
Mentre scendevamo dalla Via Nalewki per uscir dalla città proibita, all'angolo di una strada ci imbattemmo in una piccola folla taciturna. In mezzo alla folla, due ragazze si percuotevano, strappandosi i capelli, lacerandosi il viso in silenzio. Al nostro improvviso apparire, la folla si sciolse, e le due ragazze si separarono, una di loro raccolse qualcosa da terra, era una patata cruda, se ne andò asciugandosi col dorso della mano il sangue che le imbrattava il viso. L'altra rimase ferma guardandoci, si andava ravviando i capelli, rassettandosi alla meglio le vesti lacere e scomposte: era una povera ragazza pallida e scarna, dal seno incavato, dagli occhi pieni di fame, di pudore, di vergogna.
Frank propose di andare a fare una passeggiata nel ghetto.
Uscimmo dal Belvedere. Io salii nella prima macchina, con Frau Fischer, Frau Wächter, e il Generalgouverneur Frank; nella seconda macchina saliron Frau Brigitte Frank, il Governatore Fischer, e Max Schmeling. Gli altri invitati ci seguivano in altre due macchine. Percorremmo l'Aleja Ujazdowska, svoltammo per la Svientocziska e per la Marszalkowska, e all'ingresso della "città proibita", davanti al varco aperto nell'alto muro di mattoni rossi, che i tedeschi hanno costruito intorno al ghetto, ci fermammo e scendemmo.
"Guardate questo muro" mi disse Frank. "Vi par proprio quella terribile muraglia di cemento irta di mitragliatrici, di cui parlano i giornali inglesi e americani?" E aggiunse ridendo: "Gli ebrei, poveretti, son tutti malati di petto: questo muro, almeno, li ripara dal vento."
C'era qualcosa nella voce arrogante di Frank, che mi parve riconoscere: qualcosa di torbido, una crudeltà umiliata e triste.
"L'atroce immoralità di questo muro" risposi, "non consiste soltanto nel fatto che impedisce agli ebrei di uscire dal ghetto, ma nel fatto che non impedisce loro di entravi."
"Eppure" disse Frank ridendo, "benché l'infrangere il divieto di uscire dal ghetto sia punito con la morte, gli ebrei escono ed entrano a loro piacere."
"Scavalcando il muro?"
"Oh no" rispose Frank, "escono per certe buche, simili a tane di topi, che essi scavano la notte alla radice del muro, e nascondono poi di giorno con un po' di terra e di foglie. S'infilano in quelle tane, e vanno in città a comprar viveri e indumenti. Il traffico del mercato nero nel ghetto si svolge in gran parte attraverso quelle buche. Ogni tanto qualcuno di quei topi cade in trappola: sono bambini di otto o dieci anni, non più. Rischiano la vita con vero spirito sportivo. Anche questo è cricket, "nicht wahr?"
"Rischiano la vita?" gridai.
"In fondo" rispose Frank, "non rischiano altro."
"A Cracovia" disse Frau Wächter, "mio marito ha costruito intorno al ghetto un muro all'orientale, con eleganti curve e merlature graziose. Gli ebrei di Cracovia non possono certo lamentarsi. Un muro proprio elegante, in stile ebraico."
Tutti si misero a ridere, battendo i piedi sulla neve ghiacciata.
"Ruhe, silenzio" disse un soldato che, col fucile imbracciato, stava in ginocchio a pochi passi da noi, nascosto dietro un mucchio di neve.
Il soldato puntò il fucile verso una buca, scavata nel muro a fior di terra, e prese la mira. Un altro soldato, inginocchiato dietro di lui, spiava di sopra la spalla del compagno, il quale, a un tratto, lasciò partire il colpo. La palla batté nel muro proprio nell'orlo della buca. "Mancato!" esclamò il soldato allegramente, facendo scattare l'otturatore.
Frank si avvicinò ai due soldati, e domandò a che sparassero.
"A un topo" risposero, ridendo rumorosamente.
"A un topo? ach so!" disse Frank, inginocchiandosi per guardare al di sopra della spalla del soldato.
Anche noi ci eravamo avvicinati, e le signore ridevano e squittivano alzandosi le sottane fino a mezza gamba, come fan di solito le donne quando odono parlare di topi.
"Dov'è il topo?" domandò Frau Brigitte Frank.
"Achtung!" disse il soldato prendendo la mira. Dalla buca scavata ai piedi del muro fece capolino un nero ciuffo di capelli arruffati, poi due mani emersero dalla buca, si posarono sulla neve. Era un bambino.
Il colpo partì, ma anche questa volta fallì di poco il bersaglio. La testa del bambino scomparve.
"Dammi qua" disse Frank con voce impaziente, "non sai neppure tenere un fucile in mano." Afferrò il fucile del soldato, e prese la mira.
Nevicava nel silenzio.22

Curzio Malaparte (Kurt Erich Suckert) nasce a Prato nel 1898 da padre tedesco e madre italiana. Scrittore e giornalista dalla personalità complessa e sfaccettata, aderisce al fascismo. Con l'istaurarsi della dittatura, inizia a prendere le distanze dal Regime, verso il quale matura una visione critica.
Partecipa alla seconda guerra mondiale in un primo tempo con il grado di capitano degli Alpini e in seguito lavorando come corrispondente per il Corriere della Sera.
Le esperienze vissute forniscono il materiale per il suo romanzo Kaputt pubblicato nel 1944 presso l'editore Casella di Napoli. Il libro è un resoconto autobiografico e insieme un atto d'accusa verso le atrocità della guerra. Malaparte non tace di fronte alla sorte degli ebrei. Nelle pagine di Kaputt descrive le persecuzioni, le uccisioni di massa e le miserabili condizioni di vita nei ghetti di Varsavia, Cracovia, Lublino e Częstochowa.

22 C. Malaparte, Kaputt, in C. Malaparte, Opere scelte, a cura di Luigi Martellini con una testimonianza di Giancarlo Vigorelli, Mondadori, Milano 1997, pp. 647-649.