1. La Storia
  2. Immagini e documenti
  3. Testimonianze

Il ghetto di Theresienstadt si trova nel Protettorato di Boemia e Moravia, a 60 chilometri da Praga.
Viene allestito, alla fine del 1941, all'interno di una cittadina fortificata con grandi caserme, atte ad accogliere migliaia di ebrei. Durante la Conferenza di Wannsee, si decide di trasferivi gli ebrei anziani del Reich, ai quali viene falsamente promessa una nuova residenza in una "località termale". Negli anni successivi, si aggiungono altri ebrei di diversa provenienza. In totale vi vengono condotti circa 141.000 ebrei soprattutto cechi, tedeschi, austriaci e olandesi. Nel 1945, poi, vi giungono circa 13.000 persone evacuate dai campi del Reich.
Come in altri ghetti, a Theresienstadt viene formato un Consiglio ebraico con il compito di svolgere tutte le attività necessarie a garantire il funzionamento del ghetto.
Tra gli ebrei deportati a Theresienstadt, spiccano diverse personalità del mondo letterario, scientifico e artistico che organizzano letture, concerti e spettacoli. Gli eventi vengono strumentalizzati dai nazisti per creare l'illusione di un "ghetto modello" in previsione della visita della Croce Rossa Internazionale, avvenuta nel giugno del 1944, durante la quale vengono adottate diverse misure per "abbellire" il ghetto. La scenografia viene in seguito sfruttata per realizzare un film di propaganda sulle condizioni di vita "privilegiate" che il Reich "offre" agli ebrei.
In realtà, la vita a Theresienstadt è segnata da fame, situazioni igieniche disastrose, dilagare di parassiti e di epidemie, lavoro obbligatorio, severe punizioni e da uno spaventoso sovraffollamento. Queste condizioni causano la morte di circa 34.000 persone. Su tutto, domina la paura della deportazione, perché Theresienstadt è anche un luogo di transito verso lo sterminio: 88.000 ebrei vengono deportati a Riga, Minsk, nel distretto di Lublino e nei campi della morte di Sobibor, Treblinka e Auschwitz-Birkenau.

Legenda: Testimonianze dei persecutori

Sono stato bambino tre anni fa.
Allora sognavo altri mondi.
Ora non sono più un bambino,
ho visto gli incendi
e troppo presto sono diventato grande.
Ho conosciuto la paura,
le parole di sangue, i giorni assassinati:
dov'è il babau di un tempo?
Ma forse questo non è che un sogno
e io ritornerò laggiù con la mia infanzia
infanzia, fiore di roseto,
mormorante campana dei miei sogni,
come madre che culla il figlio
con l'amore traboccante
della sua maternità.
Infanzia miserabile catena
che ti lega al nemico e alla forca.
Miserabile infanzia, che dentro il
suo squallore
già distingue il bene e il male.
Laggiù dove l'infanzia dolcemente
riposa
nelle piccole aiuole di un parco,
laggiù, in quella casa, qualcosa si è
spezzato
quando su me è caduto il disprezzo:
laggiù, nei giardini o nei fiori
o sul seno materno, dove io sono nato
per piangere ...
Alla luce di una candela m'addormento
forse per capire un giorno
che io ero una ben piccola cosa,
piccola come il coro dei 30.000,
come la loro vita che dorme
laggiù nei campi
che dorme e si sveglierà,
aprirà gli occhi
e per non vedere troppo si lascerà riprendere
dal sonno ...

Hanus Hachen Burg nasce il 12 luglio 1929 a Praga. È un ragazzo timido e brillante e si dedica alla scrittura di molte poesie. Nel 1943 viene deportato a Theresienstadt assieme agli altri ragazzi dell'orfanotrofio, morirà ad Auschwitz.
Dovevo portare messaggi orali o scritti ad altre persone Tra l'altro, dovevamo portare messaggi scritti che informavano le persone che erano state incluse nel convoglio successivo. Così noi bambini venivamo trasformati in corrieri di morte, in piccoli Angeli della Morte.
Ci fu un altro lavoro temporaneo. Noi bambini fummo chiamati (con notifica scritta, naturalmente) a recarci al crematorio. Le persone morivano come le mosche – di fame, di malattia, di dissenteria cronica, di tifo o altre epidemie, per le pessime condizioni igieniche e per la perdita della speranza.
I cadaveri non potevano essere sepolti perché, essendo il terreno acquitrinoso, l'acqua sarebbe filtrata all'interno delle fosse (così mi fu detto allora) e quindi dovevano poi essere messe prevalentemente in scatole di cartone. Noi bambini dovevamo metterci in fila per uno e passare queste scatole al bambino successivo, poi al terzo, e così via. Era autunno e faceva già freddo. Stavamo là, in piedi; una fila di bambini in abiti stracciati e ormai troppo piccoli, senza calze, senza guanti, tropo magri e affamati.
Così, da Angeli della Morte eravamo diventati "smaltitori" dei resti dei morti. Sulle scatole c'erano i nomi, anche se non ricordo se ci fossero o meno delle etichette. Forse i nomi erano scritti direttamente sulle scatole. In ogni caso noi bambini sapevamo esattamente cosa contenessero le scatole, se non altro perché erano fatte male. Cerano dei buchi e gli angoli non si chiudevano bene. A volte veniva via anche il coperchio. Attraverso queste aperture, man mano che passavamo le scatole da un bambino all'altro, fuoriuscivano ceneri e pezzetti di ossa.
Noi bambini venivamo pagati per questo lavoro. Io ricordo di aver ricevuto un pezzo di una specie di salsiccia. Altri bambini ricevettero delle sardine invece della salsiccia. Avrei voluto portare la salsiccia alla baracca e dividerla coi miei genitori, ma avevo troppa fame e la mangiai lungo la strada. Mi sono portata dentro il senso di colpa per non aver diviso la salsiccia coi miei genitori per molti anni e me la porto dentro ancora oggi. Non credo che mi lascerà mai.7

Gabriele Silten, allora bambina di dieci anni, è arrestata con tutta la famiglia ad Amsterdam il 20 giugno del 1944. Dopo sei mesi passati nel campo di transito olandese di Westerbork i Silten vengono deportati a Theresienstadt nel gennaio del 1944.

7 G. Silten, Il lavoro dei bambini a Theresienstadt, www.olokaustos.org/geo/campi/terezin/silten.htm, 2003.
Non deve fare attenzione alle luci ingannevoli e ai segnali che gli vengono inviati dalla costa. La nave deve rimanere dove è ed attendere ordini. Dovete aver fiducia nel vostro comandante che fa tutto ciò che è umanamente possibile per assicurare la sicurezza della vostra esistenza.8

Paul Eppstein, capo dello Judenrat di Theresienstadt, è tra coloro che come strategia di sopravvivenza scelgono quella di assecondare le continue richieste dei nazisti. All'inizio di settembre del 1944, in occasione del capodanno ebraico e solo qualche giorno prima di essere sollevato dal suo incarico e ucciso, Eppstein rivolge un discorso ai prigionieri di Theresienstadt.

8 C. Lanzmann, Un vivo che passa, Cronopio, Napoli 2003, pp. 66-67.
Ci siamo abituati agli schiaffi senza motivo, alle botte, alle impiccagioni. Ci siamo abituati a vedere la gente morire nei propri escrementi, a veder salire in alto la montagna delle casse da morto, a vedere i malati giacere nella loro sporcizia e i medici impotenti. Ci siamo abituati all'arrivo periodico di un migliaio di infelici e alla corrispondente partenza di un altro migliaio di esseri ancora più infelici.9

Peter Fischl nasce nel 1929 e muore ad Auschwitz nel 1944 dopo essere transitato per Theresienstadt.

9 P. Fischl citato nel catalogo della mostra organizzata a Livorno dal Centro di Documentazione per l'Antifascismo e la Resistenza in occasione de "IL GIORNO DELLA MEMORIA" celebrato il 27 gennaio 2003.
L'impossibilità dell'approvvigionamento d'acqua, rendeva più penosa la mia condizione. Mi resi conto che le forze, lentamente, cedevano e mi abbandonavano, mentre lo smarrimento, piano piano, cominciava, a insinuarsi nella mia mente ancora lucida. Era la fine. Ero giunta al capolinea delle mie speranze, della mia corsa alla vita. Gli ultimi ricordi che ho di Theresin, mi vedono strisciare per terra, trascinarmi fino alle latrine del campo, perché mi ero resa conto di non avere più la forza per reggermi in piedi.10

Elisa Springer nasce a Vienna nel 1918 da una famiglia di commercianti ebrei di origine ungherese. A ventisei anni viene arrestata a Verona il 2 agosto 1944 e deportata ad Auschwitz, da cui verrà trasferita a Bergen-Belsen e a Theresienstadt. Dopo la liberazione si trasferisce in Italia.

10 E. Springer, il silenzio dei vivi, Marsilio editori, Milano 1997, p.100.
Questi recipienti contenevano le ceneri degli amici e dei vicini scomparsi, accuratamente contrassegnati con un nome attribuito e alcuni dettagli. Alla fine venne tolta anche questa dignità: nella primavera del 1945, tutti i recipienti (circa trentacinquemila) vennero gettati nel vicino fiume Eger, per impedire all'esercito sovietico di trovare le prove della nostra sofferenza.
Vivevo nella soffitta dell'Hamburger Kaserne, dove dormivo su un pavimento di pietra scarno e sporco, mentre dividevo il settore con altre seimila donne, deportate dai quattro angoli del Reich. Al momento (nel giugno del '43) la maggioranza degli internati provenivano dal protettorato di Boemia e Moravia, in Cecoslovacchia. La maggior parte erano giovani impiegati nei programmi di produzione, con i quali gli amministratori interni speravano di convincere i capi tedeschi che quel campo potesse essere utile all'economia di guerra nazionale. I vani intenti e le speranze dei diversi programmi di produzione (come la fabbricazione di cassette ad utilizzo della Wehrmacht e lo spezzettamento del mica per la Luftwaffe) vennero sostenuti per persuadere la Kommandatur che avremmo potuto continuare a vivere per molto e non essere deportati verso il temuto Est.
[...]
La vita quotidiana consisteva in lunghe ore di duro lavoro, sopportando la fame e soffrendo la sete. Nel corso dei primi due o tre mesi di internamento, la maggior parte dei prigionieri perse circa un terzo del proprio peso corporeo. Le costanti ri-deportazioni verso Est erano parte della quotidianità, come il sole che sorge al mattino e la notte che cade alla fine di ogni giornata. Congedarsi da amici e familiari (perfino coniugi) diventò una routine.
[...]
Per l'occasione ci furono distribuiti dei vestiti speciali, che dovevano essere restituiti alla Kleiderkammer quando i visitatori se ne sarebbero andati. Personalmente ricevetti una gonna a pieghe di colore blu scuro, un'elegante camicetta bianca e una cravatta insignificante. I bambini che si vedono nella foto con me erano stati imprigionati per la maggior parte della loro vita e non avevano mai posseduto i vestiti che indossano nelle foto. Solitamente, portavano una salopette jeans che avevamo creato noi dalle lenzuola dei nostri compagni deportati o defunti, e le avevamo dipinte con l'ingegnoso utilizzo di una polvere disinfettante, che assumeva così una doppia funzione.
Lungo il percorso pre-indicato, diversi edifici erano stati dipinti con colori allegri, con i fiori piantati lungo la via. Venne costruito uno speciale parco giochi per bambini, che normalmente sarebbero dovuti essere al lavoro e che invece avrebbero imparato a giocare. Poi ci fu una manifestazione musicale. Molte delle pareti interne, degli sbarramenti e delle recinzioni confinanti furono abbattute. La maggior parte dei prigionieri erano agli arresti domiciliari, applicati rigorosamente, ed erano costretti a stare lontano dalle finestre al fine di nascondere le penose condizioni di sovraffollamento. La visita venne pianificata per mesi, in ogni dettaglio immaginabile. Ma in pochi minuti era già finita.11

Charlotte Guthman Opfermann nasce nel 1925 a Wiesbaden (Germania) e viene deportata con la mamma nel 1942 a Theresienstadt, da cui riesce a sopravvivere. Nel 1945 emigra a Chicago, e nel 1951 torna in Europa, dove si sposa. Morirà nel 2004.

11 C. Guthman Opfermann, Beware of Answered Prayers: Ghetto-Concentration Camp Theresienstadt/Terezin in E. J. Sterling, Life in Ghettos During the Holocaust, Syracuse U. P., Syracuse 2005, pp. 27-29.
Molto più grave fu però il blocco della luce: potevano rimanere illuminate soltanto le sale di lavoro e le infermerie. Gli alloggi, le trombe delle scale, i lavatoi e i gabinetti rimasero nel buio più totale, poiché le finestre dovevano essere completamente oscurate. Ne nacque una tremenda confusione e ci furono anche incidenti. Tutte le attività non lavorative furono abolite: questa punizione collettiva influì in modo paralizzante da tutti i punti di vista e fu revocata soltanto il 22 maggio successivo.
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A noi toccò la soffitta di un edificio della Längstrasse L5, un unico, grande vano con un pavimento di pietra e un tetto bucato. Ci istallammo alla bell'e meglio. Le famiglie sedevano a gruppetti sul pavimento di pietra.
Tra i nostri bagagli avevamo arrotolato una tenda, che ci venne buona: la usammo come parete, per creare tutt'attorno a noi una piccola sfera privata. A guardare tutta la spianata della soffitta, con le persone che vi si erano istallate, veniva da pensare ad un campo di zingari. Ma di zingari particolarmente indigenti.
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Mia madre ed io fummo alloggiate in uno stanzone dove ventiquattro donne vivevano una accanto all'altra, in sei blocchi di quattro impalcature, separate soltanto da 30-40 centimetri di distanza. Ci si può immaginare cosa significa abitare in ventiquattro un vano dove normalmente potrebbero alloggiare da due a tre persone. Non c'era mai pace, né di notte né di giorno. Non c'era posto sufficiente per vestirsi e svestirsi, poiché tutt'attorno alle impalcature era appoggiato o sospeso di tutto: sacchi, vestiti, stoviglie e quel poco che possedevamo. Da un lato il chiacchiericcio di alcune donne, dall'altro un bisticcio, un lamento di dolore. Qualcuno magari piangeva e di notte era un continuo andirivieni in direzione delle latrine, in un'aria fetida. Tutto ciò ti impediva di prendere sonno, tanto più che regnava la paura di finire presto sulla lista del prossimo "carico". E lo stomaco era paurosamente vuoto. In queste condizioni non era sorprendente che le più giovani preferissero prendere i loro pagliericci e andarsene a dormire nel cortile, accanto alle latrine e in mezzo ai topi.
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Donne, in maggioranza anziane, dormivano completamente vestite, distese su sacchi di paglia. Erano quasi tutte affette da dissenteria. Coloro che riuscivano, a scadenze ravvicinate, dovevano correre alle latrine che si trovavano nel cortile. Ma molte non ce la facevano più, erano troppo deboli e se non disponevano di un vaso, lasciavano andare tutto sotto di sé. Era penoso.
Quanto alle strade, popolate da un sacco di gente, non offrivano uno spettacolo rallegrante. La maggioranza delle persone era vecchia. Molti davano l'impressione di essere malati, col viso spento, e non pochi lasciavano dietro di sé urina e feci. Si vedevano anche carri funebri guidati da gente e carichi di ogni cosa, a volte cadaveri. Morivano ogni giorno da duecento a trecento persone e le loro spoglie venivano prelevate dalle case o dalle infermerie da una speciale squadra e trasportate poi per strada.
Chi possedeva stoviglie poteva recarsi al pozzo in mezzo al cortile e procurarsi acqua potabile. Ma per poco tempo ancora, poiché subito dopo il nostro arrivo i pozzi di Theresienstadt furono messi fuori uso a causa del tifo che aveva contagiato tutte le sorgenti. Non potevamo più né lavarci, né procurarci acqua potabile. Le uniche bevande disponibili le ricevevamo, razionate, dopo aver fatto lunghe code nel cortile della Caserma di Magdeburgo. Anche coloro che avevano il privilegio di disporre di un recipiente dovevano comunque utilizzarlo per scopi diversi: alla mattina serviva come recipiente per lavarsi, sempre che si potesse disporre di acqua; durante il pasto serviva come stoviglia e durante la notte – incredibile ma vero – veniva utilizzato per i bisogni fisici.
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A Theresienstadt le malattie erano molto diffuse. In particolare epidemie e infezioni. Diabete e disturbi di fegato provocati nei tempi grassi, precedenti il conflitto e mai curati, erano spariti senza cure solamente a causa dello scarso nutrimento. Adesso, però, bastava un taglietto alle mani occorso durante il lavoro a mettere in pericolo la vita: tutto era infetto, anche l'aria. Ogni ferita poteva trasformarsi in infezione, in avvelenamento sanguigno, e a causa del fisico indebolito, condurre anche alla morte.
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Le patate erano spesso immangiabili, perché marce. Quella che chiamavano "carne" ci veniva data una volta alla settimana (20 grammi circa, tagliata a fettine finissime annegata in una brodaglia); a mezzogiorno e la sera veniva distribuita una specie di zuppa, preparata con un surrogato che aveva il gusto e si presentava sempre come sabbia sciolta nell'acqua anche se il suo nome veniva cambiato di volta in volta in zuppa di lenticchie, zuppa di piselli, ecc. Era un piatto immangiabile, che molti non riuscivano ad inghiottire. Eppure, vicino ai fusti c'erano sempre dei vecchi che chiedevano "Lei prende la zuppa?". Se non era il caso, mangiavano loro la porzione, per riempire il più sovente possibile i loro stomaci affamati.
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Theresienstadt doveva dare l'impressione alle commissioni di essere un piacevole luogo di villeggiatura. Le facciate delle case delle strade principali furono spruzzate di colore da grandi autobotti piene di pittura. Si rifece la pavimentazione delle strade e fu accordato il libero accesso alla piazza principale, che fina a quel momento non era permesso varcare. Si creò un tappeto erboso. Si piantarono dei roseti e si eresse un Odeon: tutte cose tipiche di un luogo di cura. Si costruì addirittura un parco-giochi per bambini. Le case davanti alle quali sarebbero transitate le commissioni dovevano essere addirittura provviste di tende fissate con puntine alle finestre. Anche i vetusti uffici del Consigli dei responsabili e di alcuni altri capi furono completamente rinnovati, affinché i membri delle commissioni potessero esser accolti degnamente. L'inganno ai danni delle commissioni era congegnato in modo raffinato. I membri del Consiglio dei responsabili ricevettero i visitatori vestiti con frac e cilindro; come se fossero i municipali della città.12
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La presenza di così numerosi artisti famosi gli veniva utile. Le SS non solo tolleravano dunque tali esibizioni, ma le incoraggiavano e più tardi fecero portare degli strumenti da Praga a questo scopo. Il tutto prese addirittura un carattere ufficiale e in seno all'amministrazione centrale fu creata una sezione "tempo libero". Da lì tutto veniva coordinato. Ma il compito era estremamente difficile, poiché occorreva trovare degli spazi per concerti, cabaret e conferenze in locali normalmente adibiti a sbucciare le patate, nei cortili delle case, nelle fredde soffitte. E poi non bastava certamente trovare un posto per la rappresentazione: gli artisti dovevano abbandonare la loro normale occupazione ed essere liberati per le prove e le esibizioni. E per le rappresentazioni teatrali si poneva anche il problema della scena. Con vecchi abiti si realizzò un sipario. E con pezzi di vecchia carta recuperati chissà dove, si abbellì alla bell'e meglio la scena. Tutto era improvvisato, ma con parecchio senso artistico e molta fantasia.
Tutti noi apprezzavamo soprattutto gli spettacoli di cabaret di altissimo livello. Le acutezze erano intessute in modo così raffinato nei testi, che solo noi potevamo capirle. Ridevamo a crepapelle, soprattutto quando con ironia e battute era la nostra stessa spaventosa situazione ad essere presa in giro. Solo noi potevamo ridere delle nostre miserie: l'avessero fatto altri, ci saremmo sentiti male. Ma com'era possibile ridere in quel modo della nostra miseria, delle nostre paure,di tutto il male che accadeva attorno a noi? Era una specie di sistema di autoconservazione, uno stimolo per la sopravvivenza che si davano artisti e spettatori. Ridevamo come matti anche se la notte precedente non eravamo riusciti a chiudere occhio per la paura e se durante il giorno avevamo magari dovuto temere di essere prelevati per uno dei nuovi "carichi". Fra il pubblico c'erano donne che avevano visto il loro marito morire il giorno stesso, uomini che avevano perso la loro moglie. Eravamo avidamente alla ricerca di diversivi, perché solo così potevamo trovare la forza per continuare.13

Federica Spitzer nasce nel 1911 a Vienna da una famiglia ebraica. Vive l'esperienza terribile di due anni e mezzo nel ghetto di Theresienstadt, dove viene deportata insieme ai suoi genitori. Nel 1945 arriva a Paradiso, nel centro profughi di Villa Savoia. È per lei un'autentica rinascita e Lugano diviene la sua patria d'elezione.

12 F. Spitzer, Anni Perduti, Armando Dadò Editore, Locarno 2000, pp. 69, 46, 59-60, 47-49, 62, 78-79, 93.
13 F. Spitzer, Anni Perduti, Armando Dadò Editore, Locarno 2000, pp. 89-90.
Nel linguaggio normale, un ghetto non era un campo di prigionia per deportati, bensì un quartiere cittadino in cui abitavano gli ebrei. Theresienstadt, invece, era la stalla accanto al macello.
[...]
Eravamo trenta ragazze coetanee in una stanza che avrebbe potuto accoglierne due o tre. Non era un dormitorio, era il luogo dove vivevamo, l'unico. Serviva anche da lavatoio. L'acqua fredda per lavarsi la si prendeva a catini nel corridoio, il sapone era un lusso. Quando faceva freddo, battevamo forte i denti. In cantina c'erano le docce, là potevamo fare una doccia calda ogni due settimane. Non si faceva a tempo ad aprire l'acqua calda che già la chiudevano, bisognava essere svelte per sfruttarla. Dormivamo in letti a castello, su pagliericci, da sole o in due. Furono le prime settimane di fame, perché a Vienna avevo mangiato a sazietà. Non si può dire molto sulla fame cronica; c'è sempre, e quel che c'è sempre diventa noioso da raccontare. La fame cronica indebolisce, rode. Nel cervello occupa il posto che altrimenti sarebbe riservato ai pensieri. Che si può fare con quel poco cibo? Con le forchette sbattevamo il latte magro fino a farne schiuma, un passatempo molto amato. Potevano volerci ore. Non ci compativamo, ridevamo molto, eravamo scatenate e facevamo baccano, pensavamo di essere più forti dei ragazzi "viziati là fuori".
[...]
Dalla prospettiva di oggi, trovo esemplare la maniera in cui a Theresienstadt venivano trattati i ragazzi; con una eccezione. La separazione dei ragazzi cechi dai ragazzi di lingua tedesca. I primi ci disprezzavano perché parlavamo la lingua dei nemici. Inoltre, erano l'élite, perché erano nel loro paese, e molti cechi avevano relazioni col mondo esterno; noi no, oppure pochissime. Conosco dei cechi che affermano di non aver mai fatto la fame a Theresienstadt, neppure un giorno, mentre io non sono mai stata sazia, neppure un giorno. Era inevitabile; evitabile sarebbe stata, invece, almeno l'ostilità dei ragazzi cechi verso i ragazzi tedeschi. Un'ostilità che io avvertivo come particolarmente offensiva. Anche lì, dunque, ci attaccavano per qualcosa di cui non avevamo colpa, per il fatto di parlare la lingua madre "sbagliata".
[...]
Lezioni regolari per i bambini di Theresienstadt erano severamente vietate dall'amministrazione tedesca del lager. Io mi meravigliavo. L'intelletto ebraico, che dicevano di disprezzare, lo vedevano come un pericolo, persino qui dietro le mura, sotto forma di lezioni scolastiche per bambini prigionieri? C'era un ordine del giorno redatto dall'amministrazione ebraica di quell'alloggio per ragazzi, ma l'ho dimenticato. Con la proibizione a studiare, lo studio acquistava fascino.
[...]
A Theresienstadt arrivò nell'agosto 1943 un gruppo di bambini che io non vidi, e che quasi nessuno vide. Dovevano andare all'estero, dissero, in Svizzera, con un trasporto speciale. Li tennero rigorosamente isolati, e solo pochi assistenti ebbero il permesso di avvicinarli durante il breve tempo che restarono da noi. Tuttavia si seppe: quei bambini si rifiutavano disperati di fare la doccia. E anche il motivo di quel rifiuto si diffuse rapidamente. Gli adulti ritenevano che la storia delle docce, da cui invece dell'acqua usciva il gas tossico, fosse un prodotto della fantasia dei bambini, mentre i bambini, come me, la presero almeno seriamente in considerazione. E perché no? I bambini imparano com'è il mondo. Così era, dunque. Leggo che venivano dalla Polonia, da Białystok, dove la gente sapeva delle camere a gas, e che in ottobre vennero portati via con 53 "tutori" ebrei, che pensavano tutti che si andasse all'estero. Ma si andava ad Auschwitz e a morire.
[...]
Ho odiato Theresienstadt, una palude, un letamaio, dove non si potevano allargare le braccia senza sbattere contro qualcuno. Un formicaio che venne schiacciato. Quando mi presentano qualcuno che è stato a Theresienstadt, mi vergogno di quella comunanza, mi affretto ad assicurare che alla fine della guerra non c'ero più, e interrompo il colloquio prima che posso, per evitare che sottolinei la comune appartenenza. Chi mai vuole essere stato formica? Neanche al gabinetto si era soli, perché fuori c'era sempre qualcuno che aveva urgenza di entrare. Vivere in una grande stalla. I detentori del potere, che talvolta comparivano nelle loro sinistre uniformi per controllare che il bestiame non tirasse la corda. Allora ci si sentiva come l'ultimo dei rifiuti, e lo si era davvero. Appartenere a un popolo impotente che, di volta in volta, era arrogante e poi critico verso se stesso fino al confine dell'odio di sé. Non parlare altra lingua che quella dei denigratori di quel popolo. Non avere occasione di impararne un'altra. Non poter imparare niente, non poter fare niente. La vita che si impoverisce.14

Ruth Klüger nasce a Vienna nel 1931 da una famiglia ebraica. Dopo l'annessione dell'Austria è deportata a Theresienstadt con la madre, quindi ad Auschwitz e infine nel campo di lavoro di Christianstadt. Nel 1945, durante una marcia di trasferimento riesce a fuggire. Dopo la guerra si trasferisce insieme alla madre negli Stati Uniti, dove tutt'ora vive e insegna.

14 R. Klüger, Vivere Ancora, Einaudi, Torino 1995, pp. 77-78, 83-84, 89, 95, 97-98, 100.