1. La Storia
  2. Immagini e documenti
  3. Testimonianze

Con l'invasione dell'Unione Sovietica, che ha inizio il 22 giugno 1941, cambia profondamente la politica persecutoria nei confronti degli ebrei. Al seguito della Wehrmacht vengono inviate delle Einsatzgruppen (squadre speciali) al fine di eliminare tutti gli ebrei abitanti del territorio polacco. Nel luglio 1941 queste unità, con l'aiuto di nazionalisti ucraini, uccidono almeno 20.000 ebrei nel solo distretto della Galizia, soprattutto a Leopoli.
Le fucilazioni continuano anche quando iniziano le deportazioni verso i campi della morte: vengono uccisi i "non abili" al trasporto, cioè anziani, malati e bambini, o persone che oppongono resistenza. In alcuni casi, i responsabili ordinano fucilazioni di massa, ritenendo che logisticamente la deportazione avrebbe comportato più lavoro rispetto all'esecuzione sul posto. Le "azioni" continuano anche nel 1943, quando vengono uccisi i pochi lavoratori ancora in vita.
I plotoni di esecuzione non sono composti soltanto da ferventi nazisti delle SS, ma anche dalla Polizia d'ordine e dai Trawniki (ex prigionieri di guerra ucraini addestrati nell'omonimo campo). A Leopoli, Radziłów e Jedwabne si verificano anche pogrom scatenati dalla popolazione locale. A Jedwabne, un villaggio abitato da oltre 2.000 persone, di cui più del 60% ebrei, viene consumato un omicidio di massa spaventoso. Il consiglio comunale e i tedeschi si accordano sull'eliminazione degli ebrei del villaggio e il 10 luglio 1941 avviene il massacro. I primi ebrei sono uccisi a bastonate o lapidati, poi vengono stuprate e uccise giovani ragazze, altri sono fatti annegare. Infine la folla spinge i restanti ebrei in un granaio, bruciandoli vivi.
La fucilazione di massa più devastante, definita Aktion Erntefest ("azione" della festa della mietitura), segna la fine dell'utilizzo di questa pratica: il 3 e il 4 novembre 1943 vengono uccisi almeno 42.000 ebrei nei campi di lavoro nel distretto di Lublino.
Le fucilazioni provocano comunque centinaia di migliaia di vittime. Il numero più alto di uccisioni (almeno 200.000 persone) si riscontra nel distretto della Galizia.

Legenda: Testimonianze dei persecutori

In fin dei conti nemmeno la peggior delinquente può essere condannata a morte, se è incinta: e là, a quel che si diceva, dovevano aver ucciso bambini piccoli. Dove sono gli uomini, padri di famiglia, che avrebbero il coraggio di puntare una mitragliatrice contro bambini piccoli inermi? Dov'è l'opinione pubblica del mondo civile? Dove sono gli scienziati, gli scrittori, i professori? Come può tacere il mondo? Forse non è vero niente.Dopo questa notizia ne arriva un'altra, ancora più terribile: a Vilna sono state uccise sessantamila persone, a Baranowicze ventimila. La gente smette di capire. Invero crede a quel che sente, ma non può rendersi conto come sia possibile che, un bel giorno, qualcuno arrivi e ammazzi una bambinetta di due anni, la cui unica colpa è quella d'esser nata da madre ebrea e da padre ebreo.Alla fine troviamo una spiegazione: quegli ebrei sono stati uccisi perché erano cittadini sovietici e, forse, avevano combattuto contro i tedeschi. Noi invece siamo cittadini del Governatorato Generale, da noi una cosa del genere non può succedere. E poi laggiù vige lo stato di guerra, noi invece abbiamo un'amministrazione civile.1

Calel Perechodnik, ebreo di Otwock, nasce nel 1916 e nel febbraio del 1941 entra a far parte della polizia ebraica. Muore probabilmente durante la rivolta di Varsavia.

1 C. Perechodnik, Sono un assassino?, Feltrinelli, Milano 1996, p. 25.

Emmanuel Ringelblum nasce a Buczacz, in Galizia, nel 1900, e consegue il dottorato di ricerca in storia all'Università di Varsavia nel 1927. Durante l'occupazione nazista della città Ringelblum si attiva all'interno del movimento clandestino e si occupa della creazione di un archivio di documenti e testimonianze sulla persecuzione degli ebrei in Polonia. Fugge dal ghetto nel marzo 1943, ma catturato, viene internato nel campo di Trawniki da cui riesce a fuggire. Viene quindi arrestato nuovamente nel marzo 1944 e fucilato con la moglie e il figlio. Gli archivi degli Oyneg Shabes (nome del gruppo di intellettuali gravitanti attorno a Ringelblum), nascosti sotto le rovine del ghetto, sono stati rinvenuti tra il settembre 1946 e il dicembre 1950, e con essi i suoi Appunti dal ghetto di Varsavia.

2 E. Ringelblum, Sepolti a Varsavia: appunti dal ghetto, Il Saggiatore, Milano 1965, pp. 263-264.

È impossibile quantificare il numero esatto di vittime. Sono state più di cento. Senza dubbio. Verso le 17, gli uomini della Gestapo, appagati dal sangue, hanno lasciato Szczebrzeszyn. La disperazione ha colpito gli ebrei. Le donne si tiravano i capelli e si lamentavano. Ma in modo differente dal solito; con una voce sorda, senza grida, senza urla. I sopravvissuti hanno scavato le tombe nel cimitero. Tutti i cadaveri sono stati sepolti.3

Diario di Zygmunt Klukowski, medico polacco cattolico a Szczebrzeszyn. Qui descrive l'uccisione di centinaia di ebrei l'8 maggio 1942.

3 Z. Klukowski: „Une telle monstruosité...". Journal d'un médecin polonais, 1939-1947, calmann-levy, Parigi 2011, pp. 220-221.