Le deportazioni verso i campi

  1. La Storia
  2. Immagini e documenti
  3. Testimonianze

Nell'autunno del 1941, nei territori polacchi occupati, le autorità naziste decidono di adottare sistemi meno "crudeli" – per gli esecutori – di uccisione degli ebrei, ovvero la deportazione degli stessi in luoghi dove le uccisioni hanno luogo tramite l'utilizzo del gas. In Germania, intanto, durante la conferenza di Wannsee del gennaio del 1942, ne vengono discussi i problemi logistici e tecnici.
Nel Wartheland, le uccisioni iniziano già dal dicembre 1941 a Kulmhof (Chełmno), le ultime, degli ebrei rimasti in vita nel ghetto di Łódź, hanno luogo ad Auschwitz-Birkenau nell'estate del 1944. I trasporti dall'Alta Slesia (dal marzo 1942) e dalla zona di Zichenau (Prussia Orientale, dal novembre 1942) sono diretti ad Auschwitz-Birkenau. Gli ebrei della zona di Białystok vengono deportati sia a Treblinka che ad Auschwitz.
La maggior parte degli ebrei nei ghetti del Governatorato Generale viene deportata dal marzo 1942 nei campi di Belzec (Bełżec), Sobibor (Sobibór) e Treblinka. Questa operazione viene denominata Aktion Reinhardt, in onore del capo della Polizia di sicurezza, Reinhard Heydrich, ucciso in un attentato da resistenti cechi.
È soprattutto nei mesi tra il luglio e il novembre del 1942 che si scatena la caccia: attraverso retate e trasporti, città dopo città, intere comunità vengono liquidate.
Durante le "azioni", i ghetti viene circondati al fine di impedire la fuga degli ebrei. Quelli rastrellati vengono portati in un piazzale, chiamato Umschlagplatz, dove in alcuni casi avviene ancora una selezione. Poi si formano i convogli, spesso composti da 60 vagoni merci in cui sono stipate fino a 6.000 persone. La più grande di queste azioni omicide ha luogo a Varsavia, dove fra luglio e settembre vengono deportate a Treblinka circa 250.000 persone.

Legenda: Testimonianze dei persecutori

Noemi Szac-Wajnkranc nasce negli anni Venti a Varsavia da una famiglia ebraica assimilata e benestante. Appena sposata, viene obbligata a trasferirsi nel ghetto, dal quale suo marito Jurek fu deportato e poi ucciso nel campo di Majdanek alla fine del 1943. Prende parte alla rivolta del ghetto, dove perdono la vita i suoi genitori e lo zio. Dopo la rivolta vive nascosta finché nel maggio 1945 viene uccisa da un cecchino in una strada di Łódź.

4 N. Szac-Wajnkranc, Diario, in N. Szac-Wajnkranc, L. Weliczker, I diari del ghetto, Paperbacks Lerici, Milano 1966, p. 49.
L'ordine esclude solo gli ebrei impiegati in fabbriche tedesche e in laboratori del ghetto, come pure i funzionari dei vari servizi e enti del ghetto, ossi alla polizia ebraica, i dirigenti della comunità, gli impiegati del servizio di ambulanza, il personale degli ospedali, gli agenti delle pompe funebri e tutti i proprietari di tessere rilasciate dall'Ufficio del Lavoro che non hanno ancora trovato lavoro. Le famiglie di questi privilegiati sono escluse anch'esse dalla deportazione.
La polizia ebraica ha il triste compito di consegnare l'ordine durante la deportazione e di impiegare la forza contro quelli che si ribellassero.
Il posto di raduno dei deportati è la Umschlagplatz della strada Stawski. Il panico del ghetto è indescrivibile. Persone cariche di fagotti corrono da una strada all'altra completamente disorientate. Molti tentano all'ultimo momento di farsi assumere nella fabbrica tedesca Toebbens e Schultz che è situata nel ghetto. Mi dicono che alcune persone sono disposte a pagare fino a mille złoty per essere impiegate. Gli ebrei stessi cercano di aprire grandi laboratori che lavorino per i tedeschi, per poter assumere persone minacciate di deportazione.
Oggi la polizia ebraica ha raccolto nelle strade tutti i mendicanti e vuotato i campi di profughi. Questi disgraziati sono stati chiusi in vagoni merci senza cibo né acqua. I treni partono in direzione di Brześć, ma vi giungeranno? Si dubita che tutti questi morenti di fame possano giungere vivi a destinazione; è più probabile che muoiano nei loro carri suggellati. Un centinaio di persone sono ammucchiate in ogni vagone.

Agosto 1942
I tedeschi hanno bloccato intere strade del ghetto. Poiché le diecimila persone al giorno che sono state chieste non si presentano, i nazisti ricorrono alla violenza. Ogni giorno assediano una strada diversa chiudendone tutti gli sbocchi; entrano negli appartamenti e controllano le carte di lavoro. Chi non possiede i documenti necessari, o, secondo i tedeschi, è inabile al lavoro, viene portato subito via. Chi resiste è fucilato sul posto.
Le mogli e i figli degli uomini impiegati nelle fabbriche tedesche del ghetto sono ufficialmente esentati dalla deportazione, ma solo sulla carta. In realtà, rincasando dal lavoro, un uomo scopre spesso che tutta la sua famiglia è stata portata via. Disperato corre alla strada Stawki per trovare i suoi, ma invece di riuscire a salvarli viene spesso spinto egli stesso in un carro bestiame.

19 settembre 1942
La sparatoria continua; ogni giorno muoiono centinaia di persone. Il ghetto è un mare di sangue. Una processione continua di gente percorre la Dzielna dirigendosi verso la Umschlagplatz della strada Stawski. Nessun impiego, nessun incarico rappresenta più una protezione sicura. Recentemente sono state deportate anche le famiglie degli impiegati, specialmente le donne e i bambini.
Poche settimane fa i nazisti hanno cominciato a raccogliere le donne e i bambini degli uomini che lavorano nella Toebbens e Schultz. I disoccupati sono crudelmente trascinati via. I genitori ora si portano dietro i figli quando vanno al lavoro, o li nascondono in qualche buca.

20 settembre 1942
La domenica sei settembre la polizia ebraica ebbe l'ordine di prepararsi per un'altra campagna. La comunità aveva precedentemente fatto affiggere un avviso a nome della Commissione Amministrativa, che invitava tutti gli abitanti superstiti del "Grande Ghetto" a presentarsi il 5 settembre per un nuovo censimento. L'avviso stampato in tedesco e in polacco, ordinava a tutti di portare con sé cibi per due giorni e di non lasciar chiusi gli appartamenti. "Chi non si presenta entro i termini stabiliti sarà fucilato". La zona delimitata dall'avviso è stata circondata da reticolati e grosse corde e trasformata in realtà in una grande Umschlagplatz. Il censimento, cominciato alle undici del mattino del 5 settembre, è continuato per un'intera settimana, fino al sabato 12 settembre.
Lo scopo di questa misura era di indurre a venir fuori tutti quelli che si nascondevano e le donne e i genitori degli ebrei ancora impiegati nelle fabbriche del ghetto. Un gran numero di persone si sono barricate nei loro appartamenti, preferendo morire in casa loro piuttosto che nei campi.
Intere unità dell'Elite Korps ed i lituani hanno fatto il giro degli appartamenti nella zona sottoposta al censimento fucilando tutti coloro che vi hanno trovato. Parecchi ebrei si sono fatti murare nelle cantine dopo avervi accumulato viveri e acqua. Lunghi tunnel sono stati costruiti sotto le strade del ghetto e abbiamo ora una vera città sotterranea. Molti si nascondo nelle case bombardate sperando che i tedeschi trascurino di perquisire le rovine. Le esecuzioni si sono protratte per una settimana ed entro questo intervallo più di cinquantamila fra uomini donne e bambini sono stati portati a Treblinka.5

Mary Berg (il cui vero nome è Miriam Wattemberg) nasce a Łódź, nel 1924. In seguito all'occupazione nazista, si stabilisce con la famiglia a Varsavia, dove viene rinchiusa nel ghetto. Grazie alla madre, in possesso di passaporto statunitense, il 17 luglio 1942 i Wattemberg vengono rinchiusi nella prigione Pawiak e successivamente imbarcati per New York nel 1944. Il suo diario iniziato il 10 ottobre 1939 e termina al momento della traversata atlantica. Verrà pubblicato per la prima volta negli Usa a guerra non ancora finita.

5 M. Berg, Il ghetto di Varsavia, De Carlo, Roma 1946, pp. 221-223, 228-229, 237-241.
Il 9 aprile 1943 i tedeschi iniziarono la liquidazione definitiva del quartiere settentrionale di Varsavia. Ne incendiarono e demolirono sistematicamente gli edifici, uno dopo l'altro. Secondo valutazioni approssimative, circa trentamila persone, chiuse entro le mura del ghetto nel corso di quell'"operazione", perirono tragicamente. Pochissimi riuscirono a sottrarsi alla morte grazie ai più disparati espedienti. Alcuni forzarono l'accerchiamento valicando le mura (guardate a vista dai tedeschi) o passando per le fognature, altri si calarono dai vagoni piombati che li portavano ai crematori, altri ancora (per lo più parenti di poliziotti legati da intrallazzi alla gendarmeria tedesca) si fecero trasportare "dall'altra parte" nei carrozzoni carcerari, previo congruo compenso.
[...]
In quel quartiere che una volta contava mezzo milione di abitanti, i tedeschi ne avevano lasciati – ufficialmente – solo trentamila, consentendo loro di utilizzare solo una piccola parte degli stabili a scopo di lavoro e di abitazione. Il resto delle vie, degli uffici e degli appartamenti ancora "caldi", pieni di mobili e di stracci, era stato circondato da reticolati o da muraglie supplementari, interne. Quella parte del quartiere, detta "terra di nessuno", era disabitata e chiunque vi si installasse era passibile di fucilazione immediata. Il gruppo stava appunto attraversando quella zona. Jozef se la ricordava com'era qualche anno avanti. Ogni volta che ci passava – quelle strade piene di vita, così dissimili da ogni altra via di Varsavia, lo empivano di stupore; la ressa, il frastuono, lo sfoggio di colori, il loro aspetto insolito, erano fatti ancora più caratteristici subito dopo l'erezione delle mura. Adesso, il silenzio vi regnava sovrano: niente più traffico, nessuna voce, nessun suono, nemmeno un sussurro. Le case parevano di cartapesta, ogni cosa intorno sembrava artificiale. Le occhiaie vuote dei negozi saccheggiati, le vetrine in frantumi, le saracinesche divelte e contorte come da una furia demente. Sui marciapiedi sordi e deserti erano sparse vecchie pentole, secchi e cappelli. Cadaveri di cose! Nelle case deserte pareva si fosse appena estinta l'eco di grida soffocate. Finestre vuote, a cui nessuno poteva più affacciarsi. Con gli occhi bassi, i "comandanti" procedevano lentamente in mezzo alla strada, congelata e insieme ardente. Trattenevano il respiro, come dinanzi ai defunti. Con l'animo angosciato dal risuonar dei propri passi.6

Adolf Rudnicki nasce nel 1912 a Varsavia. Nel 1939 prende parte alle operazioni belliche e viene fatto prigioniero. Riesce a fuggire e a tornare a Varsavia in cui vive e lavora nei sotterranei del ghetto, assistendo alla distruzione della sua gente. Sopravvive e diventa un testimone.

6 A. Rudnicki, Cronache del ghetto, Silva Editore, Milano 1961, pp. 104-105, 278.
Ci allineammo in cortile, uomini donne, giovani e anziani. Portarono via tutti i bambini ce li levarono tutti; buttati su di un carro. E se una madre si ribellava, pigliavano anche lei o le sparavano, o le strappavano il figlio e la lasciavano andare. I pianti giungevano al cielo, ma non ci fu aiuto, non ci fu nessuno cui rivolgersi, per perorare la tua causa, per supplicare.7

Sara Grossman-Weil, 1942, deportata ad Auschwitz durante la liquidazione del ghetto di Łódź nell'agosto 1944.

7 D. Dwork, Nascere con la stella, Marsilio, Venezia 2009, p. 233.
Era ubicato vicino alla sinagoga, un cimitero vecchissimo. Tutti dovevano andare là, avevano già cominciato a spingerci, anche la polizia ebraica. Eravamo circondati da polizia di polacchi, lituani, ucraini, e del Sonderdienst. Anche gli ucraini e i lituani erano là così come la Gestapo s'intende, così eravamo seduti nel cimitero. Io sedevo con tutta la mia famiglia, il babbo, la mamma, mia sorella e mio fratello piccolo, tutti.
C'erano ebrei che dissero che non c'era Iddio, c'erano ebrei che iniziarono a recitare lo Shemà Israel, tanti tipi di reazioni, c'era chi piangeva, e c'erano anche tanti ebrei della zona intorno, noi eravamo una città grande, dalle cittadine più piccole avevano cacciato gli ebrei e li avevano portati a piedi nel cimitero.
Vennero radunati circa 500 giovani messi da parte. Ci dissero di aspettare. Abbiamo aspettato là. Da noi c'era un ghetto, ma visto che i tedeschi si erano resi conto che esso non era sufficiente, allora crearono anche un ghetto piccolo. Ci portarono là.
Noi eravamo là ed abbiamo sentito gli spari. Tutta la notte loro agirono nel cimitero. L'indomani mattina, era domenica, presero alcuni di noi per andare al cimitero a raccogliere i corpi. Erano già morti. Hanno iniziato a formare gruppi da mandare a Treblinka. Li hanno mandati sulla rampa di fronte al treno per mandarli a Treblinka.
[...]
In qualche modo tuttavia venivamo a sapere cosa accadeva agli ebrei, questo un mese prima della liquidazione del nostro ghetto. Presero una ventina di persone per staccare un vagone di un treno merci. Io, per caso non ero là, ma i ragazzi videro che in un vagone illuminato c'erano ebrei vivi. E in quello in cui operavano erano morti. Asfissiati dal cloro che avevano gettato sul pavimento. Avevano messo dentro i vagoni che portavano mucche, le persone. Vagoni che potevano contenere trenta persone venivano caricati il doppio. Le persone gridavano che volevano l'acqua. In genere in questi vagoni ci sono due finestre da un lato e due dall'altro. Chi era fortunato che poteva accostarsi alle finestre gridava acqua, acqua! I polacchi non erano così buoni. Chiedevano un orologio per una bottiglia d'acqua. Chi era dentro era costretto a fare i propri bisogni sul pavimento. Ecco il perché del cloro, e c'erano i vapori che li asfissiavano. Nel caso di mia sorella so che è stata asfissiata nel vagone. Qualcuno che era nel vagone con lei me lo ha raccontato. Poi vennero i conducenti e ci raccontarono che c'era Treblinka. Tutt'a d'un tratto un nome nuovo, non sapevamo cosa c'era a Treblinka – che li uccidevano. Iniziarono a raccontare tante cose udite, ma lo Judenrat diceva che lì dove eravamo noi non sarebbe accaduto nulla, che noi lavoravamo, che tutti eravamo arruolati per lo sforzo bellico della Germania.8

Tzvì Liverant, testimone delle distruzioni perpetrate ad opera dei nazisti, racconta nella sua intervista a Yad Vashem la liquidazione dal ghetto di Siedlce il 22 agosto 1942 e la deportazione nel campo di sterminio di Treblinka.

8 Testimonianza di Tzvì Liverant, Yad Vashem, 1996.
Centinaia di prigionieri del ghetto cercavano di scappare passando attraverso la rete fognaria che portava al ponte di Weichsel. Intere famiglie, cariche di tutte le loro cose, intraprendevano questo viaggio nell'ignoto, i piedi sprofondati nella fanghiglia, per poi spesso dover appurare che all'uscita, ormai intravedendo il raggiungimento della libertà, qualche ricattatore le stava aspettando per esigere altri riscatti. E la maggior parte di quelli che avevano pagato il proprio tributo di sangue venivano comunque catturati dalle SS e messi davanti a un plotone di esecuzione.9

Roman Frister nasce a Bielsko, in Polonia, nel 1928. Sopravvissuto al ghetto di Varsavia, ad Auschwitz-Birkenau, alle marce della morte ed a Mauthausen, durante la Shoah perde tutta la famiglia. Dopo la guerra lavora in Polonia come giornalista, emigrando in Israele nel 1957.

9 R. Frister, Il prezzo della vita, Mondadori, Milano 1998, p. 124.
In effetti comparve subito l'assistente di Czerniaków che, correndo da una stanza all'altra, comunicò gli ordini del superiore: tutti i membri del Consiglio ebraico dovevano recarsi dal presidente. Poco dopo l'assistente tornò per la terza volta: ora dal presidente dovevo andarci anche io. Quando mi vide si rivolse a uno degli ufficiali delle SS, un uomo corpulento, calvo – era lo Sturmbannführer Höfle, comandante del reparto speciale Reinhardt, da tutti chiamato "squadra di sterminio", alle dirette dipendenze del capo delle SS e della polizia. Gli venni presentato da Czerniaków, con le seguenti parole: "è il mio miglior corrispondente, il mio miglior traduttore". Höfle aprì la riunione con le parole: "Nella giornata odierna inizia il trasferimento degli ebrei di Varsavia. Sapete benissimo che qui di ebrei ce ne sono troppi. Affido a voi del Consiglio ebraico questo compito. Se troverà precisa attuazione gli ostaggi saranno rilasciati, in caso contrario verrete tutti appesi là in fondo." Sentivamo che quell'uomo tarchiato, non avrebbe esitato un solo istante a farci fucilare o, appunto, "appendere". Era sufficiente il tedesco che parlava (con un forte accento austriaco) a testimoniare la rozzezza e la volgarità di quell'ufficiale delle SS. Ogni tanto Höfle mi lanciava un'occhiata per vedere se riuscivo a seguirlo. Sì, lo seguivo, scrivevo che "tutte le persone ebree" che abitavano a Varsavia, "indipendentemente dall'età e dal sesso" sarebbero state trasferite ad est. Che significato aveva in quel contesto la parola "trasferimento"? Che cosa s'intendeva con la parola "est"? A che scopo gli ebrei di Varsavia dovevano esservi trasferiti? Su tutto ciò il testo letto da Höfle non diceva niente. Vi erano elencate però sei categorie di persone escluse dal trasferimento – tra cui tutti gli ebrei in grado di lavorare, le persone che avevano un'occupazione presso autorità o imprese tedesche e il personale del Consiglio ebraico e degli ospedali ebraici. Una frase mi fece drizzare gli orecchi: neppure le mogli e i figli di queste persone sarebbero stati "trasferiti". Ora si diceva che alle "persone trasferite" era permesso di portare con sé un bagaglio di quindici chili, come pure tutti gli oggetti di valore, denaro, gioielli, oro, ecc. Potevano o dovevano portare con sé? – pensai. Il giorno stesso, il 22 luglio1942, il Servizio d'ordine ebraico, che sotto sorveglianza del Consiglio ebraico era tenuto a dare attuazione al trasferimento, doveva condurre 6.000 ebrei in una piazza – la "stazione di smistamento" – nei cui pressi si trovava una linea ferroviaria. Di lì partivano i treni in direzione est. Ma ancora non era chiaro a nessuno dove sarebbero andati a finire quei trasporti e cosa sarebbe accaduto alle "persone trasferite". Nell'ultima parte del testo "Comunicazioni e incarichi per il Consiglio ebraico" era indicato cosa attendesse chi per caso cercava "di evitare o intralciare le misure di trasferimento". Era prevista un'unica punizione, ripetuta a mo' di ritornello alla fine di ogni singola frase: "... verrà fucilato". Quando il dettato di Höfle ebbe termine, un membro del Consiglio ebraico chiese se dal trasferimento fossero esclusi anche i membri dell'Associazione ebraica per l'assistenza. Höfle rispose in fretta di sì. Nessuno osò porre altre domande. Czerniaków se ne stava seduto, calmo e controllato, senza dire niente.
[...]
Ma il 5 settembre una nuova ordinanza venne affissa sui muri delle case: tutti gli ebrei che ancora vivevano nel ghetto erano tenuti a presentarsi il giorno seguente alle ore dieci del mattino nelle strade di un quartiere precisamente delimitato, nei pressi della "stazione di smistamento": "per la registrazione". Si dovevano portare viveri e acqua per due giorni. Le abitazioni dovevano restare aperte. Quella che adesso si svolgeva, venne chiamata la "grande selezione": 35.000 ebrei, dunque meno del dieci per cento degli abitanti del ghetto prima dell'inizio del "trasferimento", ricevettero "numeri della vita" gialli, da portare sul petto – erano prevalentemente gli ebrei "produttivi", quelli che lavoravano in imprese tedesche o nel Consiglio ebraico. Varie migliaia di ebrei che non ricevettero il "numero della vita" non si fecero intimidire dalla minaccia della pena di morte: continuarono a tenersi nascosti un po' ovunque nel ghetto. Tutti gli altri, decine di migliaia, dalla "registrazione", dalla "grande selezione" vennero direttamente condotti ai treni per Treblinka.10

Marcel Reich-Ranicki nasce in Polonia nel 1920 e si trasferisce a nove anni a Berlino. Una volta cresciuto, vede vincere il nazismo e nel 1940 viene rinchiuso nel ghetto di Varsavia. Sopravvive insieme alla moglie, nascondendosi. Nel 1958 torna in Germania. Oggi svolge un'attività di critico letterario militante.

10 M. Reich-Ranicki, La mia vita, Sellerio, Palermo 2003, pp. 203-207, 223-224.
Poi hanno cercato negli altri alloggi e hanno preso due di Płock. Io, con tutto che non avevo veramente paura, mi battevano i denti come se avessi la febbre.
Poi è venuto Ancel e mi ha detto che anche papà e il cugino erano stati presi. Solo allora ho cominciato a piangere. Ci hanno preso papà, hanno preso tutto quello che avevamo, solo allora ho sentito che cos'era la mancanza di papà. Ormai non pensavamo più alla roba e la mamma è andata al Consiglio ebraico per chiedere che facessero rilasciare papà, perché è malato e senza le medicine non può vivere e se adesso lo mandano in un campo questa è la fine! Hanno detto che allora passava la visita medica e lo rilasciavano, avevamo la speranza che lo rilasciassero. Io non sono uscito perché potevano prendere anche me, solo mio fratello e Ancel sono andati a mandargli da mangiare. Il panico era terribile, ognuno s'era nascosto, se appena aveva fatto a tempo, e i parenti degli arrestati e le mogli piangevano disperatamente, chi è che non piange oggi da noi.11

Dawid Rubinowicz è un bambino di 12 anni quando inizia a scrivere il suo diario, nel quale riporta le vicende del suo villaggio, Krajno, nei pressi di Kielce, e della sua comunità ebraica. Le vicende narrate riguardano gli anni 1940-1942. Morirà a Treblinka.

11 D. Rubinowicz, Il diario di Dawid Rubinowicz, Einaudi, Torino 2000, pp. 64-65.
Comunque è vero che l'idea di potersi salvare – la "tortura della speranza" – svolse un ruolo molto importante nell'andamento dell'"azione" e fu una delle ragioni dell'atteggiamento passivo delle masse.12

Michel Mazor nasce a Kiev da famiglia ebraica. Diventa avvocato e si stabilisce a Varsavia. Rinchiuso nel ghetto, viene catturato durante la grande "Azione" e destinato al campo di Treblinka, nel settembre del 1942. Mazor riesce a fuggire dal carro bestiame durante il viaggio e sopravvive sotto falso nome alla guerra. Dopo questa si trasferisce a Parigi, dove scrive le sue memorie.

12 M. Mazor, La città scomparsa, Marsilio, Venezia 1992, p. 149.
Eravamo 84 persone donne e uomini insieme. L'unica finestra posta in alto vicino al tetto era aperta ed io potei parlare con Zaks, il mio socio, per prepararsi a saltare dalla finestra durante il viaggio. Ma gli altri ebrei che erano nella carrozza ci hanno dissuaso. Sostenevano che la nostra fuga avrebbe determinato la strage di tutti. Le persone d'altronde non erano consapevoli dello scopo ultimo di quel viaggio. Di nuovo fui costretto a rinunciare al mio progetto di fuga e insieme a tutti gli altri giungemmo alle sette di mattina alla fermata di Malkinia. In questa fermata, il treno venne diviso in sei sezioni, dieci carrozze per ogni sezione. Alle dieci carrozze di cui facevo parte anch'io venne attaccata una locomotiva che le trasportò su un binario laterale. Viaggiammo così per circa sedici minuti fino a che giungemmo alla fermata di Treblinka.13

Naftalì Milgram, nella sua intervista a Yad Vashem del 22 settembre 1942, racconta la sua fuga dal campo di Treblinka il 2 ottobre 1942.

13 Testimonianza di Naftalì Milgram, 30.8.1943. Archivio di Yad Vashem.
Uno dei due alzò i suoi occhi azzurri e disse col suo accento cantilenante: "Gente, povera gente! Se solo sapeste dove state andando, vorreste rimanere qui per sempre, e senza acqua". I ferrovieri continuarono a passeggiare lasciando il treno nello sconcerto. Erano già le nove del mattino quando i primi venti vagoni furono sganciati dal resto del treno e una locomotiva li ha tirati via lungo un binario parallelo al nostro.14

Frank Stiffel nasce nel 1916 a Borysław, viene deportato il 4 settembre 1942 dal ghetto di Varsavia. Arriva a Treblinka, dove rimane una settimana e da cui riesce a fuggire.

14 F. Stiffel, The Tale of the Ring: a Kaddish, Pushcart Press, New York 1998, pp. 69-70.
Quindi dovevo rinunciare all'acqua. Altri, comunque, l'hanno comprata assieme a del pane, al prezzo di 500 złoty per un chilo di pane di segale.15

Jankiel Wiernik nasce nel 1889 a Biała Podlaska. Viene deportato dal ghetto di Varsavia nell'agosto del 1942 a Treblinka. Qui rimane fino alla rivolta del 2 agosto 1943 impiegato come carpentiere. È uno dei pochi sopravvissuti di questa rivolta.

15 J. Wiernik, Rok w Treblince. A year in Treblinka, Rada Ochrony Pamięci Walk I Męczeństwa, Varsavia 2003, pp. 7-8.
I deportati sono stati riuniti nella sinagoga della città da dove li hanno portati a piedi verso una macelleria vicino alla città. Sono stati caricati su vagoni merci verso una destinazione sconosciuta.
[A Leopoli] l'evacuazione doveva realizzarsi secondo un piano di trasporti di 1000 persone al giorno. Nel frattempo, il 10 marzo, due trasporti di 7000 e 6000 persone, per un totale di 13000 sono partiti per una destinazione sconosciuta. Il luogo della loro deportazione e la loro sorte restano oscuri, e ciò ci suscita una grande angoscia.16 

16 M. Novitch, La révolte du ghetto de Varsovie: documents inédits de la presse clandestine, Presses du Temps Présents, 1968, pp. 97, 115.
Questa volta sono stati deportati i malati, i vecchi e i bambini. Sono entrati in azione nella notte. Eccetto i medici in servizio negli ospedali, nessuno sapeva. Non lo apprendemmo neanche il giorno dopo, martedì, quando nel ghetto si levarono i pianti. Tutti piangevano. Malati e vecchi: tutti quelli cioè che non sono atti al lavoro. Durante la pausa di mezzogiorno ho tentato di discorrere con un gruppo di lavoratori su questi provvedimenti. "Mi hanno portato via mia figlia di vent'anni, me l'hanno deportata", racconta uno in lacrime "era malata!" "E a me hanno preso il mio vecchio...", dice un altro e singhiozza disperato. Anche nostro fratello minore l'hanno portato via", si sente dire da un terzo.17

(Anonimo, Łódź, settembre 1942)

17 Anonimo, Il manoscritto di Lodz, De Donato, Bari 1967, pp. 72-73.
Una di esse si scagliò contro uno dei tedeschi chiedendo di parlargli: gesticolava e additava un ragazzino. Il tedesco si mise a imprecare contro di lei, come solo i tedeschi sanno fare, e le ordinò di ritornare immediatamente al suo posto. Appena la donna ebbe girato le spalle, egli la abbatté con una fucilata.18

(Timan Terlecki, Varsavia, settembre 1942)

18 P. Malvezzi, Le voci del ghetto di Varsavia 1941-1942, Laterza, Bari 1970, p. 37.
Nessuno di noi credette a quelle rassicurazioni, ma non c'era altra soluzione che lasciarci evacuare.
Ogni giorno centinaia di famiglie arrivavano al treno portando con sé quanto potevano. Di quelle evacuazioni dovevamo occuparci noi della Polizia, sorvegliati da molti militari tedeschi, armati sino ai denti. Vi erano due ufficiali che contavano la gente mentre entrava nel vagone, e constatato che fosse ben pieno, vi facevano porre dentro un gran bidone di lamiera contenente del caffè, poi lo piombavano e quando tutti i carri erano pieni, davano l'ordine della partenza.
Le scene erano drammatiche perché le famiglie volevano restare unite, invece spesso, quando il vagone era già pieno, venivano divise. Poi le continue domande ad alta voce: "Dove ci mandate? Diteci per favore, qual è la nostra destinazione?". Ma chi lo sapeva? Anche per noi era un rebus.19

Alexander Weissmann racconta la sua esperienza di ebreo nella Polonia occupata dai nazisti e quella all'interno del ghetto di Łódź, dove, a diciannove anni, entra nella Polizia ebraica; una scelta, questa, che non gli eviterà la deportazione a Birkenau nel 1944. Da qui sarà successivamente evacuato con gli altri prigionieri dapprima a Mauthausen e poi nel sottocampo di Ebensee, dove resterà sino all'arrivo dei militari americani. Nel dopoguerra si trasferisce in Italia.

19 A. Weissmann, Dal ghetto di Lodz al paese del sole, Edizioni Actac, Como 1993, pp. 51-53.
Emmanuel Ringelblum nasce a Buczacz, in Galizia, nel 1900, e consegue il dottorato di ricerca in storia all'Università di Varsavia nel 1927. Durante l'occupazione nazista della città Ringelblum si attiva all'interno del movimento clandestino e si occupa della creazione di un archivio di documenti e testimonianze sulla persecuzione degli ebrei in Polonia. Fugge dal ghetto nel marzo 1943, ma catturato, viene internato nel campo di Trawniki da cui riesce a fuggire. Viene quindi arrestato nuovamente nel marzo 1944 e fucilato con la moglie e il figlio. Gli archivi degli Oyneg Shabes (nome del gruppo di intellettuali gravitanti attorno a Ringelblum), nascosti sotto le rovine del ghetto, sono stati rinvenuti tra il settembre 1946 e il dicembre 1950, e con essi i suoi Appunti dal ghetto di Varsavia.

20 E. Ringelblum, Sepolti a Varsavia: appunti dal ghetto, Il Saggiatore, Milano 1965, p. 377.
Immediatamente era apparso l'SS Brandt. Al suo fianco il comandante "ebreo" del Umschlagplatz (piazza di raccolta degli ebrei) Szmerling. "Dentro i vagoni! Dentro i vagoni!" E qui, anch'io, mi sono ritrovato dentro un vagone. Siamo stati schiacciati da 100 a 120 in ogni vagone, un odore spaventoso. Un calore torrido. I bambini piccoli svenivano per la sete. I vecchi ebrei cadevano per mancanza di forze. "Cadere" è un modo di dire. In verità non cadevano affatto. Non c'era d'altronde da una parte o dall'altra lo spazio per cadere. Si sveniva, si cadeva, compressi fino al soffocamento.
Noi siamo restati in piedi così per ore finché la porta del vagone si è improvvisamente aperta. Gli uomini delle SS avevano deciso di spingere ancora più gente dentro i vagoni. Da lì uno spaventoso scompiglio, alcuni cadevano fuori dai vagoni.21

(Hillel Seidman, Varsavia, 1942)

21 H. Seidman, "O terre, ne recouvre pas mon sang!", Journal du ghetto de Varsovie, in Le Monde Juif, num. 154/ mai-août 1995, p. 39.
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La strada per l'Umschlagplatz è ancora lunga. La piazza dei "deportati" da dove partono i vagoni, è situata all'estremità del ghetto, in via Stawki. E' chiusa da muri alti che s'aprono solo su uno stretto passaggio severamente controllato dai gendarmi. E' attraverso questa porta che si fa entrare infornate la gente disperata e impotente. Hanno tutti in mano dei documenti, certificati di lavoro o carta di identità. Il gendarme all'entrata vi getta una rapida occhiata. "Rechts" la vita. "Links" la morte. Benché sappia già in precedenza l'inutilità di ogni argomento, ognuno cerca di dimostrare di essere indispensabile alla produzione tedesca, ai superiori tedeschi e mendica la piccola parola magica: "Rechts". Ma il gendarme non ascolta nemmeno. A volte ordina alla gente che passa di mostrargli le mani e sceglie le piccole "Rechts". A volte sopprime le bianche "Links". Al mattino predilige i bassi, la sera gli alti. "Links, Links, Links...".
Il torrente umano cresce fino ad invadere tutta la piazza e tre grandi edifici scolastici di tre piani. C'è più gente di quanta ne serve per i prossimi quattro giorni. Essa è presa "in riserva". Attende quattro o cinque giorni prima di salire nei vagoni. Occupa ogni piccolo spazio libero, si accalca negli edifici, bivacca nelle sale spoglie, nei corridoi, sulle scale. Un fango immondo e appiccicoso copre il pavimento. L'acqua non cola dai rubinetti. I waters sono otturati. Ad ogni passo, il piede affonda negli escrementi umani. L'odore di sudore e di urina è nauseante. Le notti sono fredde, non ci sono vetri alle finestre. Alcuni non hanno indosso che una camicia da notte o una vestaglia da camera.
Il secondo giorno i crampi dolorosi della fame cominciano a torturare lo stomaco. Le labbra secche si spaccano per la mancanza di acqua. L'epoca delle tre pagnotte è ormai passata. Bambini febbricitanti, sono adagiati inerti tra le braccia delle loro madri. Gli adulti si rinsecchiscono, si rattrappiscono, diventano grigi.
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La cosa più importante e più difficile è riuscire a restare sull'Umschlagplatz all'ora dell'imbarco. I convogli partono mattina e sera. Il caricamento ha dunque luogo due volte al giorno. Gli ucraini fanno catena attorno alla piazza e spingono l'enorme folla verso i vagoni. Esplodono degli spari. Ogni sparo va a segno. A bruciapelo, il bersaglio è facile: è questa massa compatta di cui la minima particella è un essere vivente. Gli spari precipitano la ressa nei vagoni di bestiame. Ma il pieno non è ancora fatto! Come bestie rabbiose gli ucraini attraversano correndo la piazza vuota verso i caseggiati e là, comincia la caccia selvaggia. La folla terrorizzata si pigia nei piani più alti, si agglutina sulle porte dell'ospedale, scivola nei recessi oscuri dei solai, il più lontano possibile, al sicuro dai cacciatori, per sopravvivere a questo convoglio, per salvare ancora una giornata di vita.
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Dopo questa pausa, la razzia riprende ancor più intensamente. Per noi gli accerchiamenti sono sempre più pericolosi perché la popolazione è sempre meno numerosa, su un territorio sempre più ridotto. Per i tedeschi, sono sempre più complicati, perché la gente ha imparato a nascondersi. Si obbliga allora ogni poliziotto ebreo a fornire sette "teste" al giorno all'Umschlagplatz. I tedeschi giocano sul velluto. Nessuno fino a quel momento ha mai messo così tanto ardore come la polizia ebraica in questa razzia. Mai nessuno è stato così inflessibile verso la sua preda come questo ebreo che arresta un altro ebreo. Per avere le loro sette "teste" i poliziotti ebrei arrivano persino ad arrestare i medici in camice bianco (la blusa si rivenderà a peso d'oro sull'Umschlagplatz), le madri con un bimbo tra le braccia e i bambini smarriti in cerca della loro casa.22

Marek Edelman nasce da una famiglia ebraica nel 1922 a Varsavia. Sin da giovane aderisce al Bund (movimento operaio ebraico). È tra i promotori e organizzatori della rivolta del ghetto di Varsavia ed è l'unico comandante che sopravvive alla guerra. Riporta la sua testimonianza intervistato dalla giornalista Hanna Krall.

22 M. Edelman, H. Krall, Il ghetto di Varsavia, Città Nuova, Roma 1985, pp. 49-57.
Alcuni bambini sono saltati dal vagone nonostante si sparasse su loro e che morissero, rattrappiti in un mare di sangue. Non c'è stata una strada che non è stata macchiata di sangue. Gli assassini scannavano le vittime e le calpestavano ridendo cinicamente e chiedendo ai bambini, sopravvissuti e terrorizzati, se saltassero ugualmente dal vagone. Vi erano coloro che uccidevano le vittime nel timore che gli ebrei feriti si trascinassero in disparte per evitare di essere calpestati. Chi tentava di scappare era abbattuto sul posto.
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La giornata di oggi è stata molto "calda", si è tradotta in una catastrofe orribile. Ho visto gente disperata saltare dalle finestre, dai tetti, dalle recinzioni. Molti di loro, nel saltare, si sono fratturati le gambe, altri si sono rotti il cranio. Un numero elevato è stato colpito dalle pallottole ed è caduto a terra morto. In due ore,un vagone funerario speciale ha trasportato al cimitero 112 ebrei uccisi. Tutte le vittime sono state sepolte in un'unica fossa.
Gli assassini, sparando sugli ebrei, si divertivano sarcasticamente: "Hans, il mio revolver spara con una mira incredibile, guarda voilà, un ebreo che corre... Guarda come lo stendo." E infatti, l' ebreo ha pagato immediatamente con la sua vita. Un terzo assassino, un certo Schmidt, provava una soddisfazione particolare nell'abbattere le donne. Egli amava sparare sulle vittime a bruciapelo. Poi osservava la testa o il ventre e, se il suo istinto di morte non era sazio, prendeva quattro piccoli bambini e a forza li costringeva a inginocchiarsi e ad aprire la bocca. Dopo che i bambini, lividi di paura, avevano aperto le loro bocche, egli sparava dentro la bocca di ognuno.23

(Shiloyme Frenkel, scrittore, poeta yiddish e giornalista)

23 S. Frenkel, Joyrnal du ghetto de Lodz" (1942), in Le Monde Juif, n° 154, mai- août 1995, pp. 78-81.
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Dei polacchi che lavoravano alla stazione chiesero alla SS il permesso di distribuire acqua agli assetati, e lui approvò. Trasportarono secchi d'acqua verso i vagoni e riempirono le bottiglie dei passeggeri. Ma hanno fatto pagare a caro prezzo ogni bottiglia. Accettavano solo moneta straniera solida o valori come anelli, orecchini o spille. Senza di ciò non si poteva avere acqua. Questi "compassionevoli" polacchi evidentemente dividevano i loro proventi con i soldati.24

Weinstein nasce nel 1924 a Łosice, da cui viene deportato il 22 agosto 1942 a Treblinka. Dopo 17 giorni riesce a fuggire.

24 E. Weinstein, 17 days in Treblinka, Yad Vashem Publications, Jerusalem 2008, pp. 28-29, 37.