La resistenza ebraica armata

  1. La Storia
  2. Immagini e documenti
  3. Testimonianze

Fino all'epoca delle deportazioni, gli ebrei nei ghetti mettono in atto una tenace resistenza "civile", come il contrabbando o la creazione di istituzioni di soccorso sociale. Quando è evidente che l'intenzione dei nazisti è quella dello sterminio sistematico, allora la sola scelta che rimane è quella della lotta armata. Non è però una scelta tra vivere o morire, ma su come morire: morire con dignità.
La resistenza ebraica si rivela da subito diversa dal resto della resistenza europea: i combattenti ebrei non ricevono aiuti né da un esercito, né da un governo. Sono isolati e circondati da indifferenza, se non da ostilità. Hanno poche armi a disposizione per opporsi all'esercito più potente del mondo. La loro resistenza, pur non avendo alcun valore militare, pone però fine alla leggenda della passività ebraica.
La rivolta più conosciuta è quella del ghetto di Varsavia, dove nel 1942 rappresentanti di forze politiche distanti tra loro, e soprattutto di movimenti giovanili come l'Hashomer Hatzair, formano un'organizzazione ebraica combattente, la Żydowska Organizacja Bojowa (ŻOB). Nel gennaio e nell'aprile-maggio del 1943, la ŻOB dà vita alla prima grande ribellione urbana nei Paesi occupati, che vede la partecipazione di tutto il ghetto, provoca l'uccisione di almeno 300 tedeschi, ma determina anche la morte di gran parte dei combattenti, la deportazione nei campi di sterminio del resto della popolazione ebraica e la liquidazione finale del ghetto.
Anche altri ghetti in Polonia vedono la presenza di gruppi armati (almeno 14), al cui interno sono attive molte giovani donne. Oltre 30.000 persone fuggono dai ghetti e si rifugiano e combattono nelle foreste. Di notevole importanza storica risultano le rivolte nei campi di sterminio di Treblinka e Sobibor, il 2 agosto e il 14 ottobre 1943, oltre a quella del Sonderkommando di Birkenau, avvenuta il 7 ottobre 1944. Sono i soli casi in cui dei prigionieri in campi nazisti riescono a scatenare una ribellione.

Legenda: Testimonianze dei persecutori

[...]
Tutti volevano combattere, senza eccezione, tutti benedicevano la morte che li coglieva lottando contro il nemico. Che fortuna potersi misurare con lui, sentirsi non più una bestia senza difesa, ma un uomo che poteva combattere, sparare, versare benzina sui carri armati, un essere cui era possibile tirare contro il tedesco e vederlo poi morto, in terra. Si possono forse paragonare queste morti con quella subita nella camera a gas? Moriremo, certo, ci siamo preparati, per noi la vita non ha più nessun valore, ma una volta ne ebbe per i nostri cari, per la nostra società; che felicità il poterla dare a prezzo della tua, tedesco! Tu mi hai insegnato la ferocia. In tutto il mondo si diffondeva la notizia: il ghetto di Varsavia combatte da due mesi, e i tedeschi perdono armi, carri armati e uomini.40

Noemi Szac-Wajnkranc nasce negli anni Venti a Varsavia da una famiglia ebraica assimilata e benestante. Appena sposata, viene obbligata a trasferirsi nel ghetto, dal quale suo marito Jurek fu deportato e poi ucciso nel campo di Majdanek alla fine del 1943. Prende parte alla rivolta del ghetto, dove perdono la vita i suoi genitori e lo zio. Dopo la rivolta vive nascosta finché nel maggio 1945 viene uccisa da un cecchino in una strada di Łódź.

40 N. Szac-Wajnkranc, Diario, in N. Szac-Wajnkranc, L. Weliczker, I diari del ghetto, Paperbacks Lerici, Milano 1966, pp. 134-137.
[...] Nei giorni che seguirono, Jozef vide gli insorti ricadere dal colmo della gioia nel più profondo degli scoraggiamenti. Ebbri di gioia per lo scoppio di una mina in mezzo a un reparto tedesco che stava per varcare la porta dello shop, si abbracciarono e baciarono con le lacrime agli occhi. Gioia effimera, perché i tedeschi tornarono alla carica e saltellando come volpi sul terreno lanciarono bombe a mano in tutti gli angoli. In un baleno, la casa fu in preda alle fiamme. Tra le volute di fumo soffocante, gli insorti appollaiati nel solaio riuscirono a distinguere le numerose persone che balzavano dai loro nascondigli. I tedeschi le spinsero verso il centro del cortile, poiché a ridosso del locale il calore era insopportabile. Certuni furono uccisi sul posto, altri furono spinti via. Esaurite le munizioni, insidiati dall'incendio, gli insorti furono costretti a sganciarsi. Di soffitta in soffitta, raggiunsero un'ala che non era stata intaccata dalle fiamme; per un istante, ebbero la impressione di trovarsi su un altro pianeta, ma ben presto l'incendio si estese anche a quella parte dell'edificio. Sinché il fuoco stava divorando i piani superiori, la gente scendeva in cantina, ma quando le fiamme si avvicinarono al pianterreno, gli abitanti della casa sbucarono fuori a frotte, nel cortile, correndo all'impazzata da un angolo all'altro. L'unica uscita dell'edificio era bloccata sotto il tiro dei tedeschi. La gente del caseggiato, che dapprima aveva riposto ogni speranza negli insorti, in seguito prese ad odiarli, e infine a considerarli con indifferenza. Divisi in due gruppi, gli insorti cercarono riparo nelle cantine circostanti. Sul fare della notte si radunarono di nuovo nel cortile, ingombro di cadaveri carbonizzati e riecheggiante le grida dei feriti che chiedevano acqua. Trovarono che l'unica salvezza consisteva nel passare dall'altra parte attraverso la rete delle fognature.
[...]
Il cunicolo scavato dal moribondo era largo ottanta centimetri, alto un metro e venti, lungo quindici metri. I ragazzi, prima d'infilarvisi, rimossero le pentole e gli stracci ammucchiati nelle vicinanze per mascherarne l'imboccatura. L'interno era munito di un impianto di illuminazione elettrica assai pericoloso perché poteva svelarne l'ubicazione ai tedeschi, ma decisero di non distruggerlo. Preso con sé tutto l'occorrente, cioè provviste di viveri e d'acqua, abiti, pale e picconi, si accertarono che nessuno li avesse visti e quindi, dall'interno, ostruirono l'imboccatura con della sabbia per un tratto di due metri. Per questa "operazione di chiusura" ci vollero più di due ore.
[...]
Durante la notte, per poter respirare mentre lavoravano, non avevano otturato l'imboccatura. Disponendo di due sole pale, scavarono a turno. Mentre uno scavava, l'altro portava fuori lo sterro con un secchio, badando di scaricarlo in modo da non lasciar tracce. Il terzo montava di guardia. Minacciati con le pale e con le rivoltelle, gli estranei che tentavano di indugiarsi davanti all'imboccatura del cunicolo si allontanavano immediatamente. I ragazzi, scheletrici ed esausti, continuavano a lavorare impegnando tutta la loro forza di volontà. Quando annottava, si disseppellivano ed andavano alla "borsa" un'ora o due, in cerca d'acqua e di notizie fresche. Poi ritornavano e ripetevano il lavoro con maggiore energia. Una mattina, dopo essersi sepolti nel cunicolo, sentirono parlare in tedesco. Le voci erano vicinissime, come se venissero da dietro la parete di scavo. Durante la giornata le voci si ripeterono, a intervalli assai frequenti. Doveva esserci un posto di blocco nelle vicinanze. I ragazzi si resero conto che se anche fossero riusciti ad aprire uno sbocco al cunicolo, sarebbero caduti subito in mano alla gendarmeria tedesca.
[...]
Dapprima, ancor pieni di energia, s'erano accinti ad aprire brecce nei muri maestri, tra casa e casa, a prepararsi la ritirata; per non far rumore, disastravano i mattoni con le mani. Ma in seguito, se fossero stati avvistati, non avrebbero avuto nemmeno la forza di scappare attraverso quei varchi. La fame li rendeva apatici. Avevano braccia e gambe cosparse di piaghe purulente, per via della sporcizia e del continuo arrampicarsi tra tubi e pareti. Per lo più, stavano sdraiati sul pavimento, con le piaghe esposte al sole. Passavano i giorni, le settimane, i mesi. Erano convinti che in tutto il ghetto non ci fosse più anima viva; sicuri di essere gli unici sopravvissuti.41

Adolf Rudnicki nasce nel 1912 a Varsavia. Nel 1939 prende parte alle operazioni belliche e viene fatto prigioniero. Riesce a fuggire e a tornare a Varsavia in cui vive e lavora nei sotterranei del ghetto, assistendo alla distruzione della sua gente. Sopravvive e diventa un testimone.
41 A. Rudnicki, Cronache del ghetto, Silva Editore, Milano 1961, pp. 89, 132-133, 198, 201, 224.
15 giugno 1943
Per molte notti l'incendio del ghetto fu visto a una distanza di miglia e miglia intorno a Varsavia. Molti ebrei, che si erano nascosti in rifugi specialmente costruiti, furono soffocati dalle fiamme e dal fuoco. Un ebreo che riuscì a fuggire durante la battaglia disse che le SS tiravano fuori dalle fogne per i capelli donne e bambini che vi si erano nascosti e li fucilavano. Le fogne più basse furono spazzate con raffiche di mitragliatrici e in molti casi riempite di gas velenosi.
Sotto il ghetto esisteva una rete di corridoi e tunnel segreti. I tedeschi, che erano al corrente di questo fatto, fecero saltare, pare, tutte le cantine con la dinamite. Migliaia di persone, uomini, donne e bambini, ragazze e ragazzi che vi si erano rifugiati lottarono fino all'ultimo respiro.
Perfino i tedeschi furono stupiti dell'eroica resistenza dei difensori del ghetto. Non si spiegavano dove quella gente affamata, esausta, attingesse tanto coraggio e tanta forza per difendere l'ultima cittadella del giudaismo polacco.
[...]
La battaglia del ghetto durò cinque settimane, durante le quali i difensori, esausti, morenti, lottarono eroicamente contro la potente macchina da guerra nazista. Gli ebrei non portavano uniformi, non avevano gradi, non ebbero medaglie per le loro gesta sovrumane. L'unica loro ricompensa fu la morte fra le fiamme.42

Mary Berg (il cui vero nome è Miriam Wattemberg) nasce a Łódź, nel 1924. In seguito all'occupazione nazista, si stabilisce con la famiglia a Varsavia, dove viene rinchiusa nel ghetto. Grazie alla madre, in possesso di passaporto statunitense, il 17 luglio 1942 i Wattemberg vengono rinchiusi nella prigione Pawiak e successivamente imbarcati per New York nel 1944. Il suo diario iniziato il 10 ottobre 1939 e termina al momento della traversata atlantica. Verrà pubblicato per la prima volta negli Usa a guerra non ancora finita.

42 M. Berg, Il ghetto di Varsavia, De Carlo, Roma 1946, pp. 239-240, 301-302, 305.
Appello della ŻOB (Organizzazione ebraica combattente, Varsavia), 3 marzo 1943
Ebrei! I banditi tedeschi non vi lasceranno in pace per molto tempo. Riunitevi attorno alle bandiere della Resistenza. Mettete al sicuro le vostre donne e i vostri bambini e ciascuno, secondo i suoi mezzi si impegni nella lotta contro i soldati di Hitler.
La ŻOB conta sul vostro contributo, morale e materiale.43

18 gennaio 1943
Nascosti dietro le finestre abbiamo visto i nazisti condurre un gruppo di persone verso la stazione e abbiamo riconosciuto molti membri dell'Hashomer Hatzair. Ma quando il gruppo arrivò all'incrocio tra la Zamenhof e la Niska i giovani dell'HH lanciarono delle granate sulle guardie e sulle SS. I nazisti furono presi dal panico, molti crollarono uccisi sul colpo, gli altri fuggirono. Le persone arrestate poterono scappare. I combattenti si ritrovarono in una baracca in via Niska e innescarono una sparatoria contro i rinforzi tedeschi arrivati immediatamente.

Tuvia Borzikowski nasce a Łódź nel 1911, è membro attivo dell'Organizzazione ebraica combattente (ŻOB). Riesce a scappare nella zona "ariana" della città e combatte a fianco dei resistenti polacchi. Emigra in Israele nel 1949, dove morirà dieci anni dopo all'età di 48 anni.

43 M. Novitch, La révolte du ghetto de Varsovie: documents inédits de la presse clandestine, Presses du Temps Présents, s.n. 1968, pp. 126-127, 129.
Per 15, 20 minuti la strada rimase nelle mani dei combattenti ebrei. Solo più tardi, quando si furono ripresi dal primo spavento, tornarono i nazisti con rinforzi. Dopo un'ora di eroica lotta caddero quasi tutti i combattenti ebrei. Solo più tardi, quando si furono ripresi dal primo spavento, tornarono i nazisti con quel gruppo. Il comandante Mordechai si salvò per un miracolo. Quando ebbe terminate le cartucce, si gettò a mani vuote su un tedesco e riuscì a strappargli il fucile, col quale continuò a combattere. Quando vide che non c'era più speranza, riuscì a ritirarsi dal campo di battaglia, saltando in una cantina. I risultati dei primi combattimenti erano stati superiori ad ogni aspettativa. Furono uccisi 30 tedeschi ed SS, mentre varie decine ne erano stati feriti. Per molto tempo andarono e vennero ambulanze tedesche dal ghetto all'Ospedale Militare. Il bottino era stato di tre fucili e quattro rivoltelle. Le perdite ebraiche erano state di 9 morti e qualche ferito.
[...]
Il 21 Gennaio, la Gestapo inviò al ghetto una spedizione punitiva. Entrarono nel ghetto circa 600 gendarmi, in tenuta da battaglia, bombe a mano comprese. Con loro entrarono nel ghetto due cannoni da campagna e auto ambulanze. Dal mattino essi iniziarono la Spedizione punitiva nelle case. Gli assassini di Hitler, lanciarono bombe a mano dentro le case, uccidendo in quel giorno in maniera bestiale 300 ebrei.44

Abraham Berman fu direttore della Società nazionale per la protezione degli orfani di Varsavia. Leader del movimento sionista di stampo marxista Po'alei Zion, divenne uno dei protagonisti della rivolta del ghetto di Varsavia.

44 A. Berman, I primi combattimenti di gennaio a Varsavia, in “Il ghetto di Varsavia e la resistenza ebraica” supplemento al giornale Hechalur, 20 novembre 1951, p. 3.
Il nostro piano del giorno prima non era più buono: ogni gruppo avrebbe dovuto agire da solo. Nel nostro alloggio avevamo 4 bombe a mano e 4 rivoltelle. Decidemmo di sfruttare queste armi per l'azione. Dopo esserci consultati brevemente, decidemmo che con le nostre armi non si poteva uscire sulla strada, avremmo dovuto operare all'interno stesso della casa. Sapevamo che per compiere le loro azioni, i tedeschi dovevano entrare nelle case, gli ebrei non si presentavano più spontaneamente, ma si nascondevano, così avremmo accolto anche noi gli hitleriani. La nostra abitazione, l'abitazione del Dror era allora a via Zamenhof 58.
[...]
Ci sistemammo nelle "posizioni", 40 ragazzi e 40 ragazze agli ordini di Izhak Zukerman. Avevamo a nostra disposizione 4 bombe a mano e 4 rivoltelle. La maggior parte dei ragazzi si erano armati di verghe e bastoni oppure con la nostra arma speciale: bicchieri pieni di acido solforico.
[...]
In questo tragico momento, del primo scontro con il nemico, Itzhak Katznelson disse con grande commozione brevi parole di congedo per se stesso e per noi: "Siamo felici di prepararci con le armi in pugno a incontrare il nemico e la morte. La nostra lotta armata rimarrà ricordo alle generazioni future".
[...]
Izhak aveva appena terminato di parlare quando si aprì la porta, e un gruppo di tedeschi entrò in casa. Zacharia ed Enoch furono i primi a vederli. Zacharia se ne stava seduto nella prima stanza, immerso apparentemente nella lettura di un libro, e in questo modo distrasse l'attenzione dei tedeschi. Noi tutti aravamo concentrati ai quattro angoli della stanza. I tedeschi oltrepassarono con passi circospetti la prima stanza ed entrarono nella seconda. In quel momento Zacharia si precipitò dal suo posto, sparò alle spalle dei tedeschi e ne colpì due. Enoch si precipitò immediatamente verso le scale e dietro a lui tutti i chaverim. Aprimmo il fuoco con gioia, e le nostre palle sibilavano e colpivano i tedeschi. Presero parte alla battaglia tutti i chaverim, chi con un'asta di ferro, chi col bastone chi con l'acido solforico. Zacharia ed Enoch tolsero le armi ai caduti e inseguirono quelli che scappavano.45

Zivia Lubetkin fu l'unica donna a rivestire un ruolo centrale nell'Organizzazione ebraica combattente del ghetto di Varsavia (ŻOB). Sopravvissuta alla Shoah, emigra in Palestina nel 1946 all'età di 32 anni.

45 Z. Lubetkin, La rivolta di Gennaio, in "Il ghetto di Varsavia e la resistenza ebraica" supplemento al giornale Hechalur, 20 novembre 1951, pp. 5-6.

Io sono restato inchiodato sulla piazza, come paralizzato, un'esplosione terrificante! avevo così atteso questo momento. Ho visto corpi di soldati triturati, membra che volavano di qua e di là, ciottoli sradicati dal suolo, l'incendio che si diffondeva... il caos totale.
[...]
Durante tutto il giorno, alcune pattuglie della Organizzazione Ebraica di Combattimento hanno ispezionato il quartiere della spazzole, ma i tedeschi sono rimasti al di fuori delle porte. Al crepuscolo alcuni civili, i cui rifugi erano stati rasi al suolo, hanno iniziato ad affluire. Un numero di loro parenti erano morti nelle fiamme. Tutto il quartiere era stato trasformato in un braciere.
Non dimenticherò mai questa visione: era notte, ma, in ragione dell'incendio, vi era chiarore come in pieno giorno. Intorno a noi le fiamme, al loro passaggio, divoravano tutto, i muri sprofondavano. Noi dovevamo attraversare un vero inferno dentro un calore insopportabile. Le finestre erano esplose: schegge di vetro fondevano dentro i cortili. Dopo aver constatato che i tentativi di penetrazione dentro il ghetto erano falliti, il nemico ha deciso di risparmiare le sue truppe e di distruggere coloro che si trovavano là con bombardamenti terrestri e aerei. Qualche giorno più tardi, il ghetto era completamente raso al suolo.46

Simha Rotem (soprannominato Kazik) nasce a Varsavia. Partecipa, neanche ventenne, alla rivolta del ghetto nel 1943 e l'anno successivo all'insurrezione nazionale polacca. A guerra finita nel giugno del 1946 riesce ad entrare clandestinamente in Israele.

46 Kazik (Simha Rotem), Memoires d'un combattant du ghetto de Varsovie, Ramsay ed., Paris 2008, pp. 75-76, 81-82.
L'organizzazione Ebraica di Combattimento riceve il suo battesimo del fuoco in una grande battaglia di strada all'incrocio tra via Mila e via Zamenhof. Vi perdiamo i migliori. Il comandante Mordechai Anielewicz scampa miracolosamente e grazie al suo eroico comportamento. Questa battaglia di strada si rivela troppo costosa. Non siamo sufficientemente preparati. Non abbiamo le armi adeguate. Così cambiamo tattica e hanno luogo, allora, quattro importanti combattimenti nello stabile n. 40 di via Zamenhof, n. 44 di via Muranowska, n. 34 di via Miła e n. 22 di via Franciszkańska. Nel settore delle fabbriche Schultz, i partigiani attaccano le SS che prendono parte alla razzia. Il nostro compagno A. Fajner impegnato in questa azione, vi trova la morte.47

Marek Edelman nasce da una famiglia ebraica nel 1922 a Varsavia. Sin da giovane aderisce al Bund (movimento operaio ebraico). È tra i promotori e organizzatori della rivolta del ghetto di Varsavia ed è l'unico comandante che sopravvive alla guerra. Riporta la sua testimonianza intervistato dalla giornalista Hanna Krall.

47 M. Edelman, H. Krall, Il ghetto di Varsavia, Città Nuova, Roma 1985, pp. 61-62.
Quando quasi tutti sono arrivati, abbiamo udito spari di pistola in lontananza. Evidentemente qualcosa non è andato bene. Nessuno dei cospiratori avrebbe usato pistole prima dell'inizio della rivolta aperta.
Sasha [Petchersky] e Leon [Feldhendler] realizzarono ciò che andava fatto. Immediatamente saltarono su un tavolo davanti al cortile e iniziarono a gridare a tutti: "Fratelli! Il momento del destino è giunto! Abbiamo poche possibilità di sopravvivere, ma almeno moriremo combattendo con onore. Ad ogni modo, se qualcuno riuscisse a sopravvivere e a scappare, deve ricordare che è suo dovere di essere testimone e dire al mondo di questo posto e di cosa abbiamo visto succedere qui". Fu il caos. Le guardie ucraine ci sparavano dalle torrette. Frenzel, che non siamo riusciti ad uccidere, emerse dal suo alloggio e iniziò a sparare a distanza ravvicinata sulla gente ammassata davanti al cancello principale. Stava uccidendo dozzine di persone.
Alcuni sparavano alle SS e agli ucraini con le poche pistole o fucili tolti agli ufficiali uccisi. Quasi tutti iniziarono a mettersi in fuga verso il recinto di filo spinato che separava noi dal campo minato prima della foresta. Alcuni rimasero nel cortile paralizzati dall'indecisione. Siccome non avevano saputo nulla della rivolta, potevano aver desunto che la guerra era finita e che sarebbero stati più al sicuro nel campo che non attraversando il fuoco dei proiettili e il campo minato. Col suono delle pallottole e delle esplosioni delle mine attorno a noi sapevo che non si poteva perder tempo per scappare dal campo. Non c'era altra scelta che attraversare il campo minato. Accovacciato per evitare le pallottole dovevo ragionare sul passo successivo. Molti prigionieri erano distesi davanti a me immobili, abbattuti dalle mine a poche centinaia di metri dalla libertà. Ho iniziato a correre attraverso il campo minato, accucciandomi il più possibile col suono delle pallottole dietro di me. Passo dozzine di corpi a terra. Avevano chiaramente aiutato il mio passaggio attraverso il campo minato. Ho riconosciuto una delle persone a terra. Il mio amico Yosel Siegel. Stava sanguinando abbondantemente. Era così vicino alla libertà da Sobibór che dovevo almeno provare ad aiutarlo. Come ho provato ad alzarlo, ho visto i suoi occhi chiudersi. Gli ho gridato: "Alzati!Siamo liberi!". Mi fu subito chiaro che non avrei avuto la forza di trascinarlo a lungo. Se l'avessi trasportato nella foresta , saremmo sicuramente stati uccisi entrambi dagli spari. Dovevo prendere la decisione più giusta per me e per lui. In quei pochi momenti non mi sono mai voltato indietro. Ce l'ho fatta fino alla foresta. Ero libero.48

Philip Bialowitz nasce a Izbica nel 1929. Viene deportato nel 1943 a Sobibor, dove rimane fino alla rivolta del 14 ottobre 1943. È coinvolto, infatti, nella progettazione e nella realizzazione della rivolta.

48 Philip Bialowitz: A promise at Sobibór. A Jewish Boy's Story of Revolt and Survival in Nazi-occupied Poland, University of Wisconsin Press, Wisconsin 2010, pp. 114-118.
I primi spari sentiti dalla piazzola all'entrata erano il segnale per l'inizio della rivolta. Subito dopo abbiamo sentito rumori terribili di spari di cannone e diverse esplosioni dalla piazza grande. L'intero tratto di campo che conteneva le baracche tedesche, i depositi di cibo, il panificio, e la baracca che conteneva i barili di olio e benzina, erano ora avvolti dal fuoco. Le fiamme arrivavano a bloccare il nostro cancello. Il nostro piano d'azione era cancellato. Le persone nel nostro cortile, circa 300, si sono fatte prendere dal panico. Una grande folla si raccoglieva presso le officine dei fabbri e dei falegnami. Abbiamo incrinato le sbarre di ferro nelle finestre e siamo saltati giù. Con pinze e assi, abbiamo tagliato il filo spinato e creato una breccia sotto le recinzioni del campo e le barriere più avanti. La folla assiepata corre in direzione del campo 2. passiamo attraverso un piccolo cancello. Lì, nel campo 2, è tutto in fiamme. Non c'è tempo di guardarsi attorno. Io noto solamente una cosa: di non perdere mio fratello tra la folla.49

Oskar Strawczynski nasce nel 1906 e viene deportato da Częstochowa a Treblinka, dove rimane fino alla rivolta.

49 Israel Cymlich & Oskar Strawczynski: Escaping Hell in Treblinka, Yad Vashem Publications, New York & Jerusalem 2007.
Ci dirigiamo verso le recinzioni al grido di "Rivoluzione a Berlino!". Uno dopo l'altro recidiamo i fili spinati. Siamo già alla terza recinzione. Sono ancora vicino alla baracca. Molti compagni, fuori di sé per il terrore, si nascondono al suo interno. Accompagnato da altri faccio uscire tutti gridando: "Compagni, scappate via! Svelti! Più in fretta!" Ormai sono tutti fuori. La terza recinzione è tagliata. A cinquanta metri c'è ancora una barriera di cavalli di Frisia e filo spinato: cerchiamo di tagliare anche questo.
Si sente il rumore delle mitragliatrici. I boia sono riusciti a impadronirsi delle loro armi. Molti compagni rimangono impigliati nella barriere e non riescono a uscire.
Dopo essermi allontanato di corsa per qualche decina di metri vedo che i boia si sono lanciati al nostro inseguimento armati di fucili mitragliatori. Anche un'auto ci insegue, con una mitragliatrice sul tetto, che spara in tutte le direzioni. Molti di noi rimangono uccisi. Il terreno è ingombro di cadaveri. Corriamo in tutte le direzioni. Gli assassini arrivano da ogni dove.50

Rajchman nasce nel 1912. Viene deportato da Lubartów a Treblinka il 10 ottobre 1942. Fu assegnato al reparto delle camere a gas e delle fosse comuni (il campo n. 2 o "campo superiore").

50 C. Rajchman, Io sono l'ultimo ebreo, Bompiani, Milano 2010, pp. 109-110.
Il boia accese la fiamma
Fra la marmaglia curiosa.
E non appena spenta la fiamma,
Ecco di nuovo piene le taverne.
Ceste di olive e limoni
Sulle teste dei venditori.
Mi ricordai di Campo dei Fiori
A Varsavia presso la giostra,
Una chiara sera d'aprile,
Al suono d'una musica allegra.
Le salve dal muro del ghetto
Soffocava l'allegra melodia
E le coppie si levavano
Alte nel cielo sereno.
Il vento dalle case in fiamme
Portava neri aquiloni,
La gente in corsa sulle giostre
Acchiappava i fiocchi nell'aria.
Gonfiava le gonne alle ragazze
Quel vento dalle case in fiamme,
Rideva allegra la folla
Nella bella domenica di Varsavia.
C'è chi ne trarrà la morale
Che il popolo di Varsavia o Roma
Commercia, si diverte, ama
Indifferente ai roghi dei martiri.
Altri ne trarrà la morale
Sulla fugacità delle cose umane,
Sull'oblio che cresce
Prima che la fiamma si spenga.
Eppure io allora pensavo
Alla solitudine di chi muore.
Al fatto che quando Giordano
Salì sul patibolo
Non trovò nella lingua umana
Neppure un'espressione
Per dire addio all'umanità,
L'umanità che restava.
Rieccoli a tracannare vino
A vendere bianche asterie,
Ceste di olive e limoni
Portavano un gaio brusìo.
Ed egli già distava da loro
Come fossero secoli,
Essi attesero appena
Il suo levarsi nel fuoco.
E questi, morenti, soli,
Già dimenticati dal mondo,
La loro lingua ci è estranea
Come lingua di antico pianeta.
Finché tutto sarà leggenda
E allora dopo molti anni
Su un nuovo Campo dei Fiori
Un poeta desterà la rivolta.

Varsavia, Pasqua 1943

Czesław Miłosz nasce nel 1911. Poeta e saggista polacco, passa la maggior parte del periodo bellico a Varsavia, lavorando per la stampa clandestina. Vince nel 1980 il premio Nobel per la letteratura, morirà nel 2004.
La poesia è stata scritta nel 1943 a Varsavia.
Così ebbe principio, incominciò... Cieli, dite perché, dite per chi?
Perché sulla terra tutt'intera ci tocca essere tanto umiliati?
La terra, sordomuta, ha come chiuso gli occhi... Ma voi cieli, voi avete visto,
stavate a guardare voi, lassù dall'alto; eppure non vi siete capovolti!

Voi cieli stavate a guardare lassù quando hanno portato i bambini del mio popolo
per navi, su treni, a piedi, in ogni giorno e nella notte scura – a morire,
milioni di bambini, mentre li ammazzavano, hanno alzato, le mani a voi – non vi siete commossi, milioni di nobili madri e padri – non si è accapponata la vostra azzurra pelle.

Rallegratevi, cieli rallegratevi! – Eravate poveri, adesso siete ricchi,
che messe benedetta – tutto, tutto un intero popolo, che gran fortuna, vi è stato regalato!
Rallegratevi cieli lassù con i tedeschi, e i tedeschi si rallegrino quaggiù con voi,
e un fuoco dalla terra salga fino a voi e divampi un fuoco da voi fino alla terra.

Itzhak Katznelson nasce nel 1886. Diviene un intellettuale di spicco nell'ambito del movimento sionista attivo in Polonia. Rinchiuso nel ghetto di Varsavia, è costretto ad assistere impotente alla deportazione di sua moglie e di due suoi figli a Treblinka, nel 1943. Nel maggio del 1943, utilizzando un falso passaporto dell'Honduras, riesce a trasferirsi in Francia. Il 29 aprile 1944, insieme ad un altro figlio, Katznelson viene deportato ad Auschwitz, dove morirà nel maggio dello stesso anno.
Nel suo poema "Il canto del popolo ebraico massacrato" Katznelson fa delle riflessioni sullo sterminio del popolo ebraico.