1. La Storia
  2. Immagini e documenti
  3. Testimonianze

Il primo luogo in cui i nazisti mettono in atto lo sterminio sistematico è Kulmhof (Chełmno), nel Warthegau, attivo dal dicembre del 1941. Qui gli ebrei vengono uccisi nei cosiddetti Gaswagen: tre camion adattati a strutture omicide, dove viene immesso gas di scarico. La struttura, chiusa nella primavera del 1943, è riattivata nel giugno e luglio del 1944. Sono uccisi in questo modo più di 150.000 ebrei provenienti dai ghetti del Warthegau.
Anche i campi di Belzec, Sobibor e Treblinka, utilizzano il gas di scarico, ma in camere a gas fisse collegate attraverso dei tubi a motori, installati in piccoli locali adiacenti. Nei tre campi, concepiti per lo sterminio di massa, le persone deportate muoiono dopo poche ore dall'arrivo. A Belzec, campo situato tra Cracovia e Leopoli, fra il marzo e il dicembre del 1942 vengono uccisi più di 500.000 ebrei provenienti dai distretti della Galizia, di Lublino, di Cracovia e di Radom. Nel campo di Sobibor, non distante da Lublino, fra il maggio del 1942 e l'ottobre del 1943 sono eliminati circa 200.000 ebrei provenienti dallo stesso distretto di Lublino e da altri paesi europei. Il campo di Treblinka, tra Varsavia e Białystok, è attivo dal luglio del 1942 all'agosto del 1943: qui vengono uccisi più di 850.000 ebrei, provenienti in gran parte dai distretti di Varsavia, Radom e Lublino e dalla regione di Białystok.
Auschwitz-Birkenau, nell'Alta Slesia, è un complesso composto dai campi di Auschwitz, di Birkenau, di Buna-Monowitz e da una serie di 40 sottocampi in cui avviene il concentramento, lo sfruttamento attraverso il lavoro e, dal marzo del 1942, lo sterminio degli ebrei. Viene usato il gas Zyklon-B (acido cianidrico) per uccidere oltre un milione di ebrei provenienti dall'Europa occidentale, ma anche dall'Alta Slesia, da una parte della Prussia orientale (Zichenau), dalla zona di Białystok, dal Governatorato Generale e da Łódź.
Oltre agli ebrei, in tutti i campi vengono uccisi anche sinti e rom.

Legenda: Testimonianze dei persecutori

Un colonnello delle SS guarda il suo orologio da polso e comanda: in un minuto ognuno deve togliersi le scarpe, le calze e tenerle in mano. Chi non sarà pronto, verrà fucilato all'istante. In un minuto tutti erano pronti. Le persone che ci controllavano ci dissero di disporci su due file così che si creasse un corridoio centrale. Ci hanno costretto a correre in questo spazio con le scarpe in mano sotto una scrosciante pioggia che cadeva sulle nostre teste. Sul terreno volontariamente avevano posto pietre affilate così che i piedi si ferivano e usciva sangue. Non furono pochi quelli che perirono durante questa corsa in questo "corridoio".
Successivamente siamo arrivati in un altro posto, dove abbiamo visto una montagna di scarpe che arrivava all'altezza di tre piani di palazzo. Ci hanno comandato di gettare lì le nostre scarpe e tornare di corsa verso il "corridoio". Dopo ci è stato comandato di stare fermi in piedi.
Divisero le donne dagli uomini. Le donne le inviarono verso una sorta di armadio a cui avevano rimosso le ante, mentre a noi uomini ci venne richiesto di spogliarci completamente. In una mano si dovevano tenere i vestiti, nell'altra i documenti, il denaro e gli altri oggetti di valore. Anche alle donne venne richiesto di spogliarsi e di posare per terra i vestiti. Presto vennero fatte entrare le donne attraverso una porta che dava su un cortile laterale circondato da mura alte.
Noi uomini dovevamo prendere i nostri vestiti, i nostri documenti e gli altri oggetti e correre avanti. Documenti e denaro dovevamo posarli dentro valigie lasciate aperte, mentre i vestiti andavano messi su un mucchio alto di indumenti. Mentre correvamo ci giungevano dal cortile urla che non duravano più di due minuti. Dopo regnava il silenzio. Ci portarono verso quell'armadio dove stavano precedentemente le donne, e dove stavano i loro vestiti. Ci hanno comandato di prendere tutti i vestiti e metterli sul mucchio alto di indumenti. Venimmo ancora comandati di correre varie volte all'interno del "corridoio", su e giù. Dalle due parti continuavano a stare le file di persone armate di bastoni (questi erano ebrei da quanto ebbi modo di capire subito), dietro di loro erano gli ucraini armati, che minacciavano di sparare subito contro chi non colpiva come si deve e non sollecitava gli ebrei che correvano.25

Naftali Milgram, nella sua intervista a Yad Vashem del 22 settembre 1942, su Treblinka.

25 Testimonianza di Naftali Milgram, 30.8.1943, archivio di Yad Vashem.
Furtivamente, di corsa, e durante l'appello, quando la morte passava tra noi, cercavo di imprimermi nella mente la disposizione delle baracche, la struttura del campo: la collocazione precisa dell'altro, quello contenuto nel recinto maggiore, con i suoi due ingressi, l'uno in fondo alla Himmelstraße, e per il quale scomparivano i nostri, e l'altro, l'ingresso riservato al personale di guardia, usato esclusivamente da ucraini e SS. Poi calava la notte, e insieme alla fame e allo sfinimento veniva l'ondata di disperazione, sorgevano i loro volti, quello di mia madre di cui avevo intravisto, nella colonna, i capelli grigi, quelli dei miei fratelli. E io nulla avevo potuto fare per loro, nulla per te, Rivka. E l'ondata mi investiva e bisognava opporvisi, lottare contro quelli che, lasciandosene travolgere, fluivano verso la morte volontaria.
Riluttavo a quell'ondata nera che abbatteva le difese della ragione, e non avevo che un mezzo, ed era di ripetermi di continuo le stesse parole: vivere, vivere in nome di tutti i miei, vivere per vendicarmi e per dire a tutti che Treblinka era la morte. Vivere, fuggire, urlare la verità, vendicarli. E ripetevo quelle parole, le drizzavo come una diga, l'una sopra l'altra, a guisa di frangiflutti opposti alla paura, alla disperazione, alla rinuncia. E ogni giorno, la fatica, i fervorini di Lalka [Kurt Franz], l'onnipotenza degli aguzzini, ogni giorno la fame, ogni giorno l'arrivo dei convogli, quei bambini appena intravisti, quegli indumenti che erano come la pelle della loro esistenza, e che noi ammucchiavamo, tutti quegli oggetti ancora caldi, aprivano una breccia nella diga; e poi bisognava richiuderla, ricostruire la diga pietra su pietra, parola su parola, bisognava vivere, fuggire, vendicarli, gridare la verità.
Ma a Treblinka non si viveva a lungo. Lo sapevo. Anche se fossi riuscito a mantenere ferma la mia volontà contro gli assalti dell'orrore, bisognava fare i conti con il caso, con il capriccio degli aguzzini, col mio destino, con un colpo al viso, con la pallottola sparatami nella testa da un SS giusto per dare l'esempio.26

Martin Gray, il cui vero nome è Mietek Grayewski, nasce nel 1922 a Varsavia. Nel settembre del 1942 da questa città viene deportato a Treblinka, da cui riesce a fuggire nell'ottobre del 1942. La sua vicenda viene narrata nel film di Robert Enrico: Au nom de tous les miens, Francia – Kanada 1983.

26 Martin Gray, In nome dei miei, Rizzoli, Milano 1984, pp. 149-150.
Dopo che si erano spogliati, gli uomini dovevano portare tutti i vestiti sullo spiazzo dove venivano smistati i bagagli dei deportati.
Appena tutti erano nudi e tutti gli indumenti erano stati consegnati, gli ebrei venivano condotti, attraverso il corridoio che collegava i due settori del campo, alle camere a gas. Si diceva loro che sarebbero andati a lavarsi. Ad eccezione dei primi tempi della mia permanenza a Treblinka, alle donne venivano tagliati i capelli. C'era un Kommando di lavoro che si occupava di questo. I capelli venivano poi raccolti in sacchi. Si diceva che sarebbero serviti per i sottomarini.
Nelle camere a gas veniva immesso gas di scarico. Nel periodo in cui erano in funzione le camere a gas grandi, c'era una stanza apposita per i motori. Da lì partivano i tubi che collegavano il motore alle diverse camere a gas. Le camere a gas rimanevano chiuse per circa 15-30 minuti.
Poi venivano aperte le porte sull'altro lato [rispetto a quello da cui erano entrati i deportati] e un Kommando speciale tirava fuori i cadaveri mentre un altro ispezionava i corpi alla ricerca di oggetti di valore nascosti. Venivano estratti i denti d'oro.
Infine si procedeva a bruciare i cadaveri: venivano posti su rotaie poggiate su blocchi di cemento. Sotto le rotaie ardeva la legna.27

Gustav Münzberger ai magistrati, 1 aprile 1960. Münzberger, ex membro del personale tedesco di Treblinka, fu condannato a 12 anni di reclusione nel processo di Düsseldorf (1965) per i crimini commessi a Treblinka.

27 Archivio del Land di Nordrhein-Westfalen, Abteilung Rheinland, Düsseldorf, Fondo: Rep 388, Nr. 746, fogli 132-135.
Durante tutto il periodo in cui sono stato a Belzec, solo in un caso una donna è sfuggita alla camera gas, ma è stata poi immediatamente fucilata nel cortile dal tedesco Schmidt. Una volta riempite, tutte le camere venivano chiuse dall'esterno e si metteva in moto la macchina. Dopo venti minuti venivano aperte le porte esterne delle camera a gas e si procedeva a portare i cadaveri degli ebrei nelle fosse comuni. Per fare questo lavoro, nel campo di sterminio di Belzec erano stati lasciati in vita circa 500 ebrei.28

Il sopravvissuto Rudolf Reder rilascia la sua testimonianza davanti ai magistrati tedeschi l'8 e l'11 agosto 1960, durante l'istruttoria per i crimini commessi a Belzec.

28 Archivio di Stato di Monaco, Fondo: Staatsanwaltschaften 33033, Vol. 4, fogli 705-713.
Davanti a noi un edificio tipo stabilimento per bagni; a destra e a sinistra, grandi vasi con gerani e altri fiori. Sul tetto, la stella di David in ottone. Sull'edificio, la scritta "Fondazione Heckenholt." [Lorenz Hackenholt] Quel pomeriggio non scoprii altro. L'indomani mattina, dieci minuti prima delle sette, mi fu annunciato: "Tra dieci minuti arriverà il primo treno!" E infatti, poco tempo dopo, arrivava un treno da Lemberg, 45 vagoni contenenti più di 6.000 persone, 1.450 già morte al loro arrivo. Dietro al filo spinato dei finestrini, visi atterriti di bambini e ragazzi, di donne e uomini. Il treno si ferma: 200 ucraini incaricati di questo servizio, tirano via le portiere e con fruste di cuoio cacciano gli ebrei fuori delle vetture. Un altoparlante dà le istruzioni: togliersi tutti i vestiti nonché le protesi dentarie e gli occhiali. Appaiare le scarpe con pezzetti di spago distribuiti da un bambino ebreo. Consegnare tutti i valori, tutto il denaro allo sportello "valori" senza riceverne un cenno, una ricevuta. Le donne e le ragazze, farsi tagliare i capelli nella baracca del "parrucchiere" (un SS-Unterführer di servizio mi disse: servono per fare qualche cosa di particolare per gli equipaggi dei sottomarini").
Poi la marcia cominciò: a destra e a sinistra il filo spinato, dietro, due dozzine di ucraini, fucile alla mano.
Si avvicinano. Io e Wirth [Christian Wirth] ci ritroviamo davanti alle camere della morte. Passano uomini, donne, ragazze, bambini di ogni età, mutilati, tutti completamente nudi. In un angolo, un robusto SS, dice ai disgraziati con una gran voce paterna: "Non vi succederà niente di male! Bisogna solo respirare molto profondo, fortifica i polmoni questa inalazione, è un mezzo per evitare le malattie contagiose, è una bella disinfezione!" Già domandavano quale sarebbe stata la loro sorte. Quello rispondeva: "Gli uomini dovranno lavorare, costruire delle strade ferrate e delle case. Ma le donne non vi saranno obbligate; si occuperanno del mènage, della cucina!" Per qualcuno di questi disgraziati si accendeva un'ultima piccola speranza, sufficiente perché andassero avanti senza resistenza verso le camere della morte, i più senza dire una parola, sospinti dagli altri che vengono dietro di loro. Un'ebrea di circa quarantanni, gli occhi come due fiamme, maledice gli assassini, ne riceve qualche frustata da parte dello stesso capitano Wirth e scompare nella camera a gas. Molti recitano le loro preghiere; altri chiedono: "Chi è che ci darà dell'acqua per la morte?".
Io prego con loro. Mi stringo in un angolo e imploro il mio e il loro Dio. Come avrei voluto entrare con loro nelle camere a gas, come mi sarebbe stato caro morire condividendo la loro sorte!
Delle SS spingono gli uomini nelle camere a gas: "Riempirle bene", ha ordinato Wirth, 700-800 su 93 metri quadrati. Le porte vengono chiuse. Nel frattempo, il resto del carico resta, nudo, in attesa. Qualcuno mi dice: "Nudi così, in pieno inverno possono morirne!" "Ma non sono qui per questo?" era la risposta. In quel momento comprendo la ragione della scritta: "Heckenholt", è il fuochista della Diesel, i cui gas di scappamento sono destinati a uccidere quei disgraziati. L'SS-Unterscharführer Heckenholt si sforza di metter in marcia il motore. Ma niente! Arriva il capitano Wirth. Lo si vede bene, egli ha paura perché io assisto al disastro. Sì, io vedo tutto e aspetto. Il mio cronometro "stop" ha segnato tutto, 50 minuti, 70 minuti, la Diesel non si mette in moto! Gli uomini aspettano invano nelle camere a gas. Si sentono piangere "come nella sinagoga", dice il professor Pfannenstiel [Wilhelm Pfannenstiel], l'Occhio fisso al finestrino che si apre sulla porta di legno. Dopo 2 ore e 49 minuti – il mio orologio ha registrato tutto – la Diesel si mette in moto. Dopo 32 minuti, tutti, in fine, sono morti. Dall'altro lato alcuni addetti ebrei aprono le porte di legno. Nella morte stessa, si riconoscono ancore le famiglie che si stringono per mano. Si dura fatica a separarli vuotando le stanze per il carico successivo, si gettano via i corpi, bluastri, umidi di sudore e di orina, le gambe piene di sterco e di sangue mestruale. Due dozzine di inservienti si occupano di controllare le bocche, aprendole con dei ganci di ferro. "Oro a sinistra, niente oro a destra!" Altri controllano gli ani e gli organi genitali cercando monete, diamanti, oro ecc. Alcuni dentisti strappano con dei martelletti denti d'oro, ponti, corone. I corpi delle vittime furono poi gettati in grandi fosse di circa 100 x 20 x 12 metri, situate, non lontano delle camere a gas.29

Rapporto di Kurt Gerstein su una visita a Belzec nell'agosto del 1942. E' incaricato di promuovere lo Zyklon B invece del gas di scarico. Tenta di diffondere le informazioni fra gli Alleati. La sua vicenda viene raccontata nel libro di Rolf Hochhuth (Il vicario, 1963) e nel film "Amen" di Costa-Gavras (2002).

29 Rapporto di Gerstein, 1945, in: Saul Friedländer, Kurt Gerstein o l'ambiguità del bene, Feltrinelli, Milano 1967, pp. 81-84.

Nel Lager II, che sta a qualche centinaio di metri da qua, i prigionieri smistano i vestiti dei morti. E nel Lager III, sul lato nord, si trovano le camere a gas e vengono anche bruciati i cadaveri".30

Thomas Blatt nasce nel 1927 ad Izbica, nei pressi di Lublino. Viene arrestato la mattina del 28 aprile 1943 nel suo nascondiglio, tradito da alcuni abitanti del luogo e viene deportato a Sobibor. Internato nel campo, Thomas Blatt incontra un vecchio conoscente arrestato durante un'azione nel ghetto nel 1942.

30 Thomas T. Blatt, Nur die Schatten bleiben. Der Aufstand im Vernichtungslager Sobibór, Aufbau Taschenbuch, Berlino 2000, pp. 125-128.
Dopodiché una piccola locomotiva diesel li conduceva nel Lager III direttamente allo sterminio.
Intanto uno dei membri del personale del campo teneva un discorso agli ebrei sani. Chiunque lo facesse indossava sempre un camice bianco. In sostanza ordinava loro di spogliarsi e diceva che sarebbero stati lavati e spidocchiati e poi avrebbero ricevuto vestiti puliti e sarebbero stati assegnati al lavoro. Quindi gli ebrei si spogliavano, consegnavano i loro oggetti di valore e si dirigevano, senza opporre alcuna resistenza, in gruppi di 250 persone, attraverso lo Schlauch (budello) al Lager III.
Ogni volta che un gruppo di 250 ebrei si era spogliato nel Lager II e si era avviato attraverso lo Schlauch verso il Lager III, i vestiti venivano raccolti in tutta fretta e portati nelle baracche di smistamento attraverso una porta praticata in una palizzata che divideva il Lager II dalle baracche di smistamento.
Dallo Schlauch si giungeva direttamente alle camere a gas, quindi non c'era pericolo che gli ebrei che vi venivano condotti, potessero vedere altri ebrei morti che ancora giacevano per terra [sul retro e a lato delle camere a gas].
Dopo che erano stati gasati tutti gli ebrei di un convoglio, venivano seppelliti (nei primi tempi) oppure bruciati (più tardi). L'incenerimento dei cadaveri non era cosa che si potesse ignorare. Quando il vento soffiava da una certa direzione, c'era un odore terribile in tutto il campo. E' così che la gente dei dintorni deve aver saputo. Nei pressi del campo vivevano ancora dei civili polacchi.31

Testimonianza rilasciata da Hubert Gomerski ai magistrati il 19 e il 20 settembre 1961. Gomerski, ex membro del personale tedesco del campo, viene condannato all'ergastolo nel processo di Francoforte (1950) per i crimini commessi a Sobibor.

31 Archivio del Land di Nordrhein-Westfalen, Abteilung Westfalen, Münster, Fondo Q 234, Nr. 4266, fogli 29-43.

Tutto si era svolto in pochi secondi, sotto i colpi dei tubi di gomma, tanto che non potemmo neppure vedere le nostre care congiunte e dar loro un bacio d'addio. Scesi dal vagone, fummo costretti a correre per non essere colpiti di continuo perché i colpi facevano male. Le "ombre" raccolsero tutti i nostri zaini e li posero su delle carrette, a me rimase in mano solo un pezzo di pane che avevo tenuto per tutto il viaggio stretto.32

Alexander Weissmann racconta la sua esperienza di ebreo nella Polonia occupata dai nazisti e quella all'interno del ghetto di Łódź, dove, a diciannove anni, entra nella Polizia ebraica; una scelta, questa, che non gli eviterà la deportazione a Birkenau nel 1944. Da qui sarà successivamente evacuato con gli altri prigionieri dapprima a Mauthausen e poi nel sottocampo di Ebensee, dove resterà sino all'arrivo dei militari americani. Nel dopoguerra si trasferisce in Italia. Qui racconta il suo arrivo ad Auschwitz Birkenau.

32 A. Weissmann, Dal ghetto di Lodz al paese del sole, Edizioni Actac, Como 1993, pp. 59-60.