1. La Storia
  2. Immagini e documenti
  3. Testimonianze

Reinhard Heydrich, nella sua ordinanza (Schnellbrief) sull'istituzione dei ghetti del 1939, richiede anche la formazione degli Judenräte (Consigli ebraici) come strumento amministrativo: gli stessi ebrei sono quindi obbligati a rendersi responsabili dell'esecuzione di tutti gli ordini imposti dai tedeschi. Tra i principali compiti rientrano le registrazioni, la costruzione delle mura dei ghetti, la distribuzione degli spazi abitativi e dei viveri, l'assistenza sociale e medica, l'impiego della Polizia ebraica e il reperimento dei lavoratori forzati.
In totale, vengono istituiti sul territorio polacco circa 400 Judenräte. A Varsavia diventa presidente Adam Czerniaków, a Litzmannstadt (Łódź) Mordechai Chaim Rumkowski. Per i ghetti dell'Alta Slesia viene istituita una sede centrale diretta da Moshe Merin. I Consigli ebraici mettono in piedi interi apparati burocratici per amministrare il ghetto: a Varsavia vi lavorano fino a 6.000 persone, mentre a Łódź, nel marzo 1942, circa 12.000.
Poiché la popolazione del ghetto non viene spesso a contatto con i tedeschi, quanto piuttosto con chi svolge il compito di "mediatore", la rabbia, l'odio e il risentimento della gente sono spesso rivolti verso il presidente dello Judenrat, i suoi poliziotti e collaboratori. Alcuni membri della Polizia ebraica, in effetti, si distinguono per la loro avidità e il loro egoismo, a scapito della parte più debole della popolazione; ancor più in alcuni casi, durante le razzie per la deportazione, poliziotti ebrei, nella vana speranza di salvare se stessi e le proprie famiglie, partecipano attivamente all'arresto delle persone da inserire nei convogli. Gli Judenräte non possono tuttavia essere considerati organismi di collaborazione, perché, al contrario dell'occupante tedesco e della popolazione locale non ebraica, non hanno grande margine d'azione: quando non eseguono gli ordini imposti dalla polizia o dall'amministrazione tedesca, vengono arrestati, deportati e uccisi.

Legenda: Testimonianze dei persecutori

Il sostentamento degli ospedali, ambulatori, della case per la quarantena, per i bagni pubblici e per le epidemie, l'attività sanitaria, la propaganda e il controllo igienico tutto ciò rappresenta un campo molto importante e vasto.
Molte spese e sforzi sono ugualmente dal problema del lavoro obbligatorio degli ebrei, sia sotto la forma delle squadre di lavoro sia sotto quella dei campi esterni.
Per ciò che riguarda Varsavia, il più grande agglomerato ebraico che conta più di mezzo milione di individui, ogni settore anche il più secondario diventa di grande importanza sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo per il numero tanto elevato della popolazione. E' bene rendersi conto di tutto questo quando si voglia apprezzare l'attività del Consiglio ebraico e soprattutto si voglia giudicarlo.21

21 P. Malvezzi, Le voci del Ghetto di Varsavia: 1941/1942, Laterza, Bari 1970, p. 486.
Fino al 31 ottobre il trasferimento sarà volontario, quindi obbligatorio. Non è possibile portar via i mobili. Alle mie obiezioni di natura finanziaria hanno risposto che la milizia può essere volontaria, inoltre nel ghetto ci sono materiali a sufficienza.22

Adam Czerniaków (1880-1942) chimico e ingegnere, senatore, rappresentante dell'Unione ebraica artigiani di Varsavia, poliglotta, poeta, amante dell'arte, della musica, della letteratura. Diviene nel 1939 presidente del Consiglio ebraico di Varsavia. Si suicida il giorno dopo l'inizio della liquidazione del ghetto di Varsavia, il 23 luglio 1942, ingerendo una pillola di cianuro.

22 A. Czerniaków, Diario 1939-1942 il dramma del ghetto di Varsavia, Città Nuova, Roma 1989, p. 173.
Si suicidò perché non poteva più acconsentire al piano che gli era stato imposto, il piano di sterminio completo del ghetto. Forse aveva sperato che il suo gesto costituisse per noi la spinta decisiva per la ribellione.23

Noemi Szac-Wajnkranc nasce negli anni Venti a Varsavia da una famiglia ebraica assimilata e benestante. Appena sposata, viene obbligata a trasferirsi nel ghetto, dal quale suo marito Jurek fu deportato e poi ucciso nel campo di Majdanek alla fine del 1943. Prende parte alla rivolta del ghetto, dove perdono la vita i suoi genitori e lo zio. Dopo la rivolta vive nascosta finché nel maggio 1945 viene uccisa da un cecchino in una strada di Łódź.

23 N. Szac-Wajnkranc, Diario, in N. Szac-Wajnkranc, L. Weliczker, I diari del ghetto, Paperbacks Lerici, Milano 1966, p. 24.
Il compito più arduo dei poliziotti ebrei è la repressione dei mendicanti – che si riduce in realtà, poiché il loro numero cresce ogni ora, a scacciarli di strada in strada.24

Mary Berg (il cui vero nome è Miriam Wattemberg) nasce a Łódź, nel 1924. In seguito all'occupazione nazista, si stabilisce con la famiglia a Varsavia, dove viene rinchiusa nel ghetto. Grazie alla madre, in possesso di passaporto statunitense, il 17 luglio 1942 i Wattemberg vengono rinchiusi nella prigione Pawiak e successivamente imbarcati per New York nel 1944. Il suo diario iniziato il 10 ottobre 1939 e termina al momento della traversata atlantica. Verrà pubblicato per la prima volta negli Usa a guerra non ancora finita.

24 M. Berg, Il ghetto di Varsavia, De Carlo, Roma 1946, pp. 52-53.
Gli Judenrat non erano altro che lo strumento dei tedeschi ed è come tale che la popolazione, sulla quale esercitano il loro potere, li considerò. Può essere che in certe piccole città di provincia, questa situazione fosse in qualche modo limitata dal fatto che gli Judenrat mostravano più elasticità e buona volontà. Corrompendo le autorità locali, riuscivano a migliorare in certa misura le condizioni di vita della popolazione.
Ma esiste, nello stesso tempo, un altro aspetto molto importante del ruolo e dell'attività degli Judenrat in Polonia e, in particolare, a Varsavia. Avendo rinchiuso gli ebrei dentro le mura del ghetto, i tedeschi si sono, per così dire, interessati assai poco di loro e anche relativamente poco immischiati della loro vita e delle loro relazioni. A questo proposito, sono stati concessi i pieni poteri agli Judenrat. Nei limiti delle possibilità esistenti in quella città della morte, lo Judenrat poteva regolare e governare la vita degli ebrei.
È per questa ragione, che lo Judenrat, per le sue specifiche competenze, ha la piena responsabilità dei suoi atti e delle sue mancanze davanti alla storia. È responsabile delle azioni della polizia ebraica che era ai suoi ordini e che si è trasformata in una banda di gangster.
Ma in primo luogo occorre rivolgere allo Judenrat di Varsavia il rimprovero di essere rimasto indifferente alle atroci sofferenze delle masse e di non aver provveduto a tutte le misure che erano in suo potere, per alleggerire la condizione di miseria delle popolazioni più diseredate del ghetto.
Così questi signori dello Judenrat esigevano un'obbedienza servile all'"autorità" e coltivavano nel loro ambiente un certo fasto. Anche la polizia ebraica rimarcava le differenze gerarchiche tra i suoi ranghi e manifestava la propria autorità, maltrattando gli ambienti indigeni del ghetto.25

Michel Mazor nasce a Kiev da famiglia ebraica. Diventa avvocato e si stabilisce a Varsavia. Rinchiuso nel ghetto, viene catturato durante la grande "Azione" e destinato al campo di Treblinka, nel settembre del 1942. Mazor riesce a fuggire dal carro bestiame durante il viaggio e sopravvive sotto falso nome alla guerra. Dopo questa si trasferisce a Parigi, dove scrive le sue memorie.

25 M. Mazor, La città scomparsa, Marsilio, Venezia 1992, pp. 45-50, 89.
Dove prendere quattrocento uomini da mandare al lavoro coatto? Ciascuno si dice: io alla fin fine non posso andare, perché sono della polizia; io sono impiegato allo Judenrat; io invece ho un fratello nella polizia; io non posso andare perché ho pur sempre un'attività da mandare avanti; io non andrò perché mi basterà allungare mille złoty alla polizia.26

Calel Perechodnik, ebreo di Otwock, nasce nel 1916 e nel febbraio del 1941 entra a far parte della polizia ebraica. Muore probabilmente durante la rivolta di Varsavia.

26 C. Perechodnik, Sono un assassino?, Feltrinelli, Milano 1996, p. 25.