1. La Storia
  2. Immagini e documenti
  3. Testimonianze

Il 1° settembre 1939 la Germania nazista invade la Polonia, che viene conquistata in quattro settimane. Il 17 settembre inizia anche la penetrazione delle truppe sovietiche da oriente. In ottobre i tedeschi e i sovietici si spartiscono il paese – secondo i patti Molotov-Ribbentrop – in due parti diseguali: degli oltre 3.350.000 ebrei polacchi, più di due milioni rimangono intrappolati nelle zone occupate dai nazisti.
Il territorio in mano ai tedeschi viene a sua volta suddiviso in un Governatorato Generale (Generalgouvernement), ovvero uno spazio che deve diventare una riserva di forze lavorative, e in quattro "zone annesse" al Reich, da germanizzare: l'Alta Slesia orientale (Ost-Oberschlesien), il Wartheland, la circoscrizione della città di Ciechanów, a nord di Varsavia, annessa come "zona governativa Zichenau" alla già esistente provincia della Prussia Orientale, e la nuova provincia di Danzica – Prussia occidentale (Danzig-Westpreußen).
Anche il Generalgouvernement, istituito il 26 ottobre 1939, viene diviso in quattro distretti: Varsavia, Lublino, Radom e Cracovia. In quest'ultimo viene istituita la capitale: la città di Cracovia. Dopo l'attacco all'Unione Sovietica, nell'estate del 1941, si aggiunge un quinto distretto, quello della Galizia (una parte dell'attuale Ucraina), mentre l'area attorno a Białystok viene trasformata in "zona amministrativa (Regierungsbezirk) Bialystok".
Tutte le forze di occupazione sono responsabili della persecuzione degli ebrei. Innanzitutto le SS, la Polizia di sicurezza e la Polizia d'ordine, ma anche l'amministrazione civile. I nazisti hanno a disposizione un numero rilevante di Volksdeutsche (tedeschi di origine "etnica") e si avvalgono della collaborazione di migliaia di guardie e poliziotti ucraini e polacchi.

Legenda: Testimonianze dei persecutori

Mamma entrò nella mia stanza, era pallida, in lacrime, la guerra...
Quello stesso 1 settembre, alle otto, raggiunsi i colleghi all'ospedale dei Padri Bonifrater per iniziare il tirocinio psichiatrico. Alla fine di quella giornata il professore disse: "Poiché da domani l'ospedale sarà messo sotto controllo militare, vi congedo e vi abbuono il corso. Lasciate i libretti per la firma, arrivederci a dopo la guerra".
Il decano designato dai tedeschi, il "nostro" professor Lauber, ci informò: "Quello che per voi è l'invasore per me è la patria. E non vi venga nemmeno in mente di dare degli esami. Non avremo bisogno di medici polacchi, e ancora meno di medici ebrei".1

Adina Blady Szwajger, ebrea polacca, ha 22 anni e sta per laurearsi in medicina, per questo diviene testimone, come medico, degli orrori commessi nell'ospedale dei bambini del ghetto di Varsavia. L'ospedale continua a funzionare, con sforzi sovrumani da parte del personale, fino alla chiusura definitiva ordinata dai tedeschi. Così Adina entra nella resistenza e comincia a raccogliere armi e ad aiutare chi ne ha bisogno. Dopo la guerra torna a Varsavia, dove svolge fino al 1985 la sua attività di pediatra.


1 A. Blady Szwajger, La memoria negata, Frassinelli, Milano 1992, pp. 5-9.
Nel frattempo non ci sono più capannelli di gente che chiacchiera, le strade si sono fatte deserte, i vivi e i cuori sono assaliti da una coppa di serenità e ostilità malinconica e fredda.2

Dawid Sierakowiak inizia il 28 giugno 1939 a scrivere il suo diario, poche settimane prima del suo quindicesimo compleanno, e si interrompe il 15 aprile 1943, a pochi mesi dal compimento dei diciannove anni. Muore il 18 agosto di quello stesso anno, di tubercolosi, dopo anni di reclusione nel ghetto di Łódź. Il diario contiene descrizioni di vita quotidiana all'interno del ghetto.

2 D. Sierakowiak, Il diario di Dawid Sierakowiak, Einaudi, Torino 1997, p. 25.
La cartolina non arrivò mai. Le truppe tedesche trionfarono, e subito giunsero a Varsavia notizie di atrocità inaudite perpetrate dai soldati di tedeschi: nei territori polacchi agli uomini, specialmente agli ebrei, tagliavano la lingua e talvolta anche i testicoli. Pochi credevano a queste voci. E nondimeno il terrore dilagò. Il 7 settembre un colonnello dello stato maggiore polacco comunicò alla radio che i carri armati tedeschi si stavano avvicinando a Varsavia. Faceva appello a tutti gli uomini capaci di imbracciare le armi di abbandonare immediatamente la città e di dirigersi verso est. Se ne poté dedurre che la difesa della capitale non era neppure prevista e che il comando supremo dell'armata polacca riteneva più opportuno ritirarsi e creare un fronte di difesa da qualche parte a est della Vistola. La città fu in preda al caos. Presto si venne a sapere che il governo e il comando supremo dell'esercito erano già fuggiti in Romania e che quel colonnello aveva agito per propria iniziativa e irresponsabilmente.3

Marcel Reich-Ranicki nasce in Polonia nel 1920 e si trasferisce a nove anni a Berlino. Una volta cresciuto, vede vincere il nazismo e nel 1940 viene rinchiuso nel ghetto di Varsavia. Sopravvive insieme alla moglie, nascondendosi. Nel 1958 torna in Germania. Oggi svolge un'attività di critico letterario militante.


3 M. Reich-Ranicki, La mia vita, Sellerio, Palermo 2003, pp. 150-152.
5 settembre 1939
Siamo abbandonati, e l'ombra della morte ci circonda. Quando si vede quello che succede, pensieri di sventura si levano in ognuno di noi e turbano il nostro riposo. I tedeschi hanno distrutto la chiesa cattolica di Częstochowa, il più importante santuario cattolico della Polonia. I polacchi parlano dei tedeschi con parole ingiuriose e li minacciano di vendetta. Bene. Soffrono amaramente. E quando una nazione soffre amaramente, grida che vendicherà il suo sangue versato e la profanazione dei suoi beni sacri.
Ma perché i polacchi non si sono associati al nostro lutto quando Hitler ha ordinato di bruciare le sinagoghe, che se ne sono andate in fumo con i rotoli della Torah? Allora, non abbiamo udito una sola parola di consolazione. Al contrario, si sono rallegrati; erano felici della nostra infelicità. Tuttavia, noi condividiamo la loro pena e preghiamo il Dio d'Israele che vendichi il loro sangue e il nostro.

18 ottobre 1939
La nostra vita diventa ogni giorno più buia. Le leggi razziali non sono state ancora ufficialmente promulgate, ma senza alcun dubbio è inevitabile che saremo schiacciati. Il conquistatore dichiara senza nascondersi che per gli ebrei non c'è scampo. C'è da pensare che viviamo l'inizio della nostra disfatta.4

Chaim Aaron Kaplan nasce nel 1880 da una famiglia di ebrei russi nel villaggio di Horodyszcze, nei pressi di Baranovichi (nell'attuale Bielorussia). Riceve un'istruzione talmudica nella yeshiva di Mir e studia successivamente pedagogia a Vilna. Nel 1902 si stabilisce a Varsavia, dove fonda una scuola elementare ebraica. Pubblica alcuni libri. Nel 1941 decide di restare nella Varsavia occupata dai nazisti, nonostante la possibilità di ottenere un visto per l'Unione Sovietica. Viene arrestato insieme a sua moglie nella retata del 4 agosto 1942, per essere deportato a Treblinka dove morirà.
Il suo diario, pubblicato in questa edizione per il periodo compreso tra il 1 settembre 1939 e la sera del suo arresto, è una significativa testimonianza sulle condizioni di vita nella città occupata e, in particolare, nel ghetto.

4 C. A. Kaplan, Chronique d'une agonie. Journal du ghetto de Varsovie, Calmann-Lévy, Parigi 2009, pp. 39-41, 46, 77.
[...] La dichiarazione apparsa su "Der Stürmer" (rivista nazista antisemita n.d.r.), secondo la quale il giorno in cui l'America entrasse in guerra loro (i tedeschi n.d.r.) metterebbero fine alla "questione ebraica", ha suscitato qui una impressione tremenda.5

Emmanuel Ringelblum nasce a Buczacz, in Galizia, nel 1900, e consegue il dottorato di ricerca in storia all'Università di Varsavia nel 1927. Durante l'occupazione nazista della città Ringelblum si attiva all'interno del movimento clandestino e si occupa della creazione di un archivio di documenti e testimonianze sulla persecuzione degli ebrei in Polonia. Fugge dal ghetto nel marzo 1943, ma catturato, viene internato nel campo di Trawniki da cui riesce a fuggire. Viene quindi arrestato nuovamente nel marzo 1944 e fucilato con la moglie e il figlio. Gli archivi degli Oyneg Shabes (nome del gruppo di intellettuali gravitanti attorno a Ringelblum), nascosti sotto le rovine del ghetto, sono stati rinvenuti tra il settembre 1946 e il dicembre 1950, e con essi i suoi Appunti dal ghetto di Varsavia.

5 E. Ringelblum, Sepolti a Varsavia: appunti dal ghetto, Il Saggiatore, Milano 1965, pp. 112-113.